Spulciando la lista non ancora ufficiale delle canzoni che verranno eseguite in occasione della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Londra 2012, colpisce e non poco, la presenza di un brano che all’epoca in cui è stato lanciato, venne bandito dalle radio e proibita la messa in onda dall’ l’Independent Broadcasting Authority, l’associazione che controlla e regola le trasmissioni nel Regno Unito. Stiamo parlando di God Save the Queen, il secondo singolo discografico della band punk Sex Pistols pubblicato il 27 maggio 1977  in concomitanza col Giubileo d’Argento della regina Elisabetta II d’Inghilterra.  

Ebbene, sono trascorsi ben 35 anni dal Silver Jubilee, quando i Sex Pistols salirono alla ribalta della scena musicale britannica con il controverso singolo confezionato in un’iconica e controversa copertina disegnata da Jamie Reid, in cui la sovrana appare sfregiata, con la bocca e gli occhi coperti da un nastro con su scritto il titolo del singolo e il nome della band, come a voler rendere la Regina cieca e muta. La censura però, non servì molto ad arginare la potenza del brano che riuscì a piazzarsi ugualmente e in poco tempo al vertice della classifica dei singoli più venduti, attirando il pubblico per le liriche offensive nei confronti della sovrana, a cui si imputava di far parte di un regime fascista, esprimendole tutto il disprezzo per l’istituzione e per il potere che rappresenta.

Nonostante appaia evidente che la band abbia scritto la canzone appositamente per rovinare la festa alla Regina, i Sex Pistols dal canto loro hanno sempre negato questa versione.  Paul Cook, il batterista della band, in più di un’occasione ha ribadito che no,  “non è stata scritta specificatamente per il Giubileo della regina. Non eravamo informati di questo all’epoca, non era un’opera studiata a tavolino per venire fuori e scioccare tutti”. Il brano, originariamente intitolato No Future, in verità venne cambiato in God Save the Queen per volere del manager Malcom McLaren sapendo – quest’ultimo sì che ne era al corrente – dell’imminente Giubileo d’Argento della regina, ritardandone oltretutto l’uscita per farla coincidere con la manifestazione.  Ed è noto che per festeggiare a modo loro, il 10 giugno 1977, il giorno del Giubileo, la band noleggiò una barca sul Tamigi, di fronte al Palazzo di Westminster per eseguire quell’inno di protesta, e urlare al mondo intero quel “No future” diventato vero e proprio slogan del movimento punk rock. Celebre è anche il triste epilogo: dopo una rissa che coinvolse Jah Wobble e un cameraman, la barca attraccò e undici persone furono arrestate.

Ora che anche le celebrazioni avvenute  in pompa magna del Giubileo di Diamante si sono concluse e nei negozi scorte di souvenir con l’effigie della Regina sono venduti a prezzo di saldo, i Sex Pistols possono anche ripubblicare la loro canzone-simbolo – smentendo anche questa volta di averlo fatto  per indispettire la Regina – ed esser compresi, quasi nell’indifferenza, nella playlist che celebrerà uno degli eventi mondani del pianeta. D’altronde, sono lontani i tempi in cui l’Inghilterra si ergeva al centro delle strategie geopolitiche del Vecchio Continente e quando per bocca del sovrano partivano le direttive che influenzavano le politiche internazionali. L’Inghilterra oggi appare un po’ più sola, intenta più che altro a salvare la propria economia dal vortice instabile della Comunità europea e il Regno appare meno forte, salendo di tanto in tanto alla ribalta delle cronache per i gossip reali, dipinto in modo Pop e lungi dall’essere considerato temibile come in passato.

Lo spirito di protesta del Punk, dal canto suo, rivive nello spirito degli attivisti odierni, i cosiddetti “indignados”, che hanno occupato la London Stock Exchange per esprimere il loro dissenso a una società che ha messo il denaro prima di tutto e anche se i molti simboli del movimento sono stati inglobati dalla cultura visiva odierna, compresa la copertina del disco dei Sex Pistols che è ora esposta in una mostra di ritratti della Regina alla National Portrait Gallery. E le catene, le borchie e le creste che ne caratterizzavano la figura, non hanno più la valenza scioccante di un tempo. Tuttavia il punk come sub-cultura è sopravvissuto fino a noi, nonostante le mille contraddizioni che lo caratterizzano, e questo non per via di una sorta di nostalgia, ma in quanto simbolo, seme e sinonimo della ribellione giovanile. Ieri come oggi. God Save the Queen.