Cosa succede se vi imbattete in un giallo e scoprite non solo che non è stato il maggiordomo, ma che il poveretto, lungi dall’essere colpevole, ci ha pure rimesso le penne? Un coup de theatre irriverente, che ribalta gli stilemi del genere: è la trama, a grandissime linee, de Il mistero della loggia perduta (Felici editore) di Matteo Bortolotti, giovane scrittore e sceneggiatore bolognese (ha lavorato con Carlo Lucarelli a L’ispettore Coliandro) con alle spalle una lunga esperienza di scrittura a dispetto della giovane età. “Ho cominciato a scrivere a 17 anni” racconta. “Incontrai Loriano Macchiavelli ad una Festa dell’Unità, facevo il volontario. Mi propose di leggere il mio manoscritto. Me lo riconsegnò, con alcune correzioni ed un suggerimento: studiare, perchè c’era del buono. Ed è quello che ho continuato, e continuo, a fare”. Ambientato a Bologna, il romanzo (il primo di una serie, Professione mistero, nel progetto dell’autore) mescola giallo e commedia, massoneria e pizzaioli detective, segreti e inseguimenti all’ombra dei portici. E ad indagare è lo scrittore Matteo Bortolotti, alter ego che più non si può dell’autore, giacca verde pistacchio e camicia hawaiana d’ordinanza, un po’ Sherlock Holmes e un po’ Jessica Fletcher, sulle tracce dell’assassino e di un misterioso tesoro massonico.

“Matteo Bortolotti protagonista di un romanzo scritto da Matteo Bortolotti autore complica un po’ le cose”, scrive Loriano Macchiavelli nella prefazione al tuo romanzo. Si tratta in effetti di una cosa piuttosto singolare…

“In realtà è stato lo stesso Loriano a suggerirmi di trasformarmi in personaggio. Il mio obiettivo era quello di scrivere, anzitutto, un giallo vecchia maniera. La mia storia è quella di scrittore noir, ma negli ultimi tempi mi è capitato di riflettere sulla sovraesposizione del genere. Una società che si nutre ossessivamente di violenza e serial killer, che mutua dal noir vocabolario ed immagini, è una società in preda ad una psicosi collettiva, narcisista ed irrisolta: volevo fuggire dalla pornografia della violenza. Così ho riletto Agatha Crhistie, Conan Doyle, ritrovando il gusto del gioco dietro alla risoluzione del delitto ed una buona dose di ironia. E mi sono detto che quella era la strada”.

In qualche modo un’operazione di denuncia sociale, dunque, dietro ad un romanzo giallo del quale ami mettere in luce gli aspetti di intrattenimento divertente?

“Diciamo che il mio obiettivo era quello di abbandonare la morbosità del viaggio nella mente del singolo criminale per ricominciare ad indagare il delitto come problema sociale ed espressione dei nostri vizi prima che delle nostre turbe psichiche, prima della follia omicida del singolo. Ecco perchè ho costruito un giallo classico, con un investigatore-eroe che riporta l’ordine, che torna ad essere il filtro di un mondo. E che non si prende troppo sul serio. Il giallo non lo fa mai: andiamo, che ci trovate di serio in un ciccione coi baffi incerati che tenta di venire a capo di un omicidio compiuto con un pugnale avvelenato? E’ il gioco del teatro, della finzione, ed è da quella dimensione, non realistica, che la letteratura deve lavorare per far riflettere sulla realtà. Anche nell’Ispettore Coliandro abbiamo fatto un’operazione di questo tipo: comicità e insieme critica sociale, delitto per diletto, diciamo così”.

E hai deciso di vestire tu stesso i panni dello scrittore che indaga. Generazione Signora in giallo?

“Cercavo un protagonista diverso dalle figure di commissari che altri giallisti, da Macchiavelli in poi, hanno reso celebri. E mi sono reso conto che mi mancava tantissimo la signora Fletcher, i suoi delitti all’ora di pranzo. Il mio Matteo Bortolotti è uno scrittore di discreto successo, ha scritto una serie di gialli aventi come protagonista Joe Rocco un ex attore di film porno baby-pensionato che si trova ad indagare su una serie di delitti nell’alta società. Matteo è convocato dal suo amico commissario Tindaro Abate, che scoprendo di essere malato di Alzheimer gli chiede di svolgere al suo posto le indagini, come una specie di ghost-detective nonché custode del suo segreto. Ed accetta di buon grado, aiutato nelle indagini da un’improbabile accozzaglia di amici che si limitano ad eseguire senza fargli troppe domande: un pizzaiolo, un giornalista televisivo, un ex fachiro mangiatore di bicchieri. Tutti personaggi esistenti, mutati per necessità letterarie, ma non sempre per eccesso, anzi”.

Entra molta Bologna nel tuo romanzo: i luoghi, Pascoli, la Massoneria. Perchè secondo te Bologna ha questa naturale vocazione noir?

“Bologna è una città incredibile e piena di contraddizioni: rossa, papalina, profondamente massonica. Non a caso qui fu redatta nel 1248 la Carta di Bologna, uno dei primi statuti massonici. Pochi sanno che più di cento vie di Bologna sono dedicate a massoni: Ugo Bassi, Gino Cervi, Giuseppe Garibaldi. E’ una città piena di cicatrici: l’Italicus, il 2 agosto, i delitti del Dams: l’ombra dei suoi portici bene si presta a nascondere il mistero, l’oscuro. Si racconta gioviale, ma è in realtà una città brontolona, di bigotti e conservatori, a destra, a sinistra e al centro, che mentre rimangono sulle loro posizioni se ne vanno a passeggio a braccetto, ancorati ad un profondissimo istinto di autoconservazione. Detto questo è la città che amo, ed il romanzo è un viscerale atto d’amore verso Bologna. Mi sono però divertito a giocare con una città incatenata nelle sue convinzioni e  pregiudizi, come nel caso del grande spauracchio della massoneria, madre di tutti gli italici mali: volevo dimostrare che, come spesso accade sono gli uomini a fare il male delle istituzioni, e non il contrario, nella massoneria come ad esempio nella chiesa. E parlo da uomo di sinistra: che non disdegna un po’ di sana provocazione”.