L’antipolitica cova anche tra i mafiosi. Proprio così, una verità raccontata grazie alla voce degli stessi mafiosi intercettati nell’ambito di un’inchiesta che ha portato a un blitz nel trapanese. L’operazione, soprannominata Crimiso, è stata condotta dalla squadra mobile di Trapani e dai commissariati di Alcamo e Castellammare del Golfo, coordinata dalla Dda di Palermo, dal procuratore aggiunto Teresa Principato e dai pm Paolo Guido, Carlo Marzella e Pierangelo Padova. Dodici le persone arrestate, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, incendio, violazione di domicilio e violazione delle prescrizione della sorveglianza speciale. Quindici in tutto le persone indagate, tra cui anche un consigliere comunale di Castellammare, Girolamo Genna, esponente di nua lista civica.

Il ragionamento che un giorno d’autunno gli investigatori hanno sentito fare a una decina di mafiosi durante un summit in piena campagna, né più né meno, è lo stesso che si può sentire fare a un qualsiasi cittadino nauseato dei politici che prendono gli impegni e non li mantengono. Anche i mafiosi vedono i politici come “casta”. La storia, secondo gli inquirenti, riguarda la richiesta di alcune assunzioni: personaggi legati alle cosche si erano rivolti a Pietro Urbano, consigliere comunale di Forza Italia nel 2002 a Castellammare del Golfo. E a Girolamo Turano, ex assessore e deputato regionale dell’Udc, oggi presidente della Provincia di Trapani. Il boss Tommaso Rosario Leo non ha avuto dubbi nel dire che “i politici sono tutti una massa di cornuti (…) fino a quando gli servi ti danno (…) questo qui Urbano li ha impostato tutti quelli raccomandati appena lo incontro (…) a sua moglie e tutti gli altri li ha ‘impostati’ quando lui era al Comune”. E Diego Rugeri, un giovane che si era messo in testa di fare la scalata per comandare la cosca di Castellammare del Golfo: “minchia ne ho avuto tanta esperienza io con altri politici che dovevano fare cose (…) Turano e tanti altri (…) e poi ce l’hanno messa nel culo”. 

Le intercettazioni hanno svelato anche che i personaggi mafiosi, per risolvere i problemi interni alla loro organizzazione, ricorrevano a veri e propri “commissariamenti”. Proprio così. Quando a Castellammare del Golfo volevano comandare più persone, ecco che dal vertice, dagli uomini più vicini al latitante Matteo Messina Denaro, è stato fatto arrivare un “commissario”, proprio quel Tommaso Leo capace di parlare con i politici. Leo non è di Castellammare ma è di Vita, nel Belice: lui è arrivato e con l’autorità di un commissario ha messo tutti in riga. Senza avere bisogno di armi e di faide.