I risultati ufficiali del ballottaggio delle elezioni presidenziali egiziane saranno annunciati ufficialmente domani. Ma nel paese la temperatura politica sta rapidamente salendo. Lo scontro frontale stavolta è tra i Fratelli Musulmani e i militari. La Fratellanza, che ha attribuito ufficiosamente al suo candidato Mohammed Morsi il 53 per cento dei voti e reclama la vittoria, ha annunciato una serie di manifestazioni per contestare quello che senza mezzi termini definisce un golpe: i militari, in sequenza, hanno dapprima sciolto il parlamento, a due giorni dal voto presidenziale, e poi, nel fine settimana dopo il voto, annunciato una serie di misure legislative che di fatto danno al Consiglio supremo delle Forze armate il controllo completo sul sistema politico egiziano. Il Consiglio, infatti, con due decreti, ha assunto i pieni poteri legislativi e ha svuotato il faticoso processo elettorale messo in movimento dopo la deposizione di Hosni Mubarak.

L’altro candidato presidenziale, Ahmed Shafiq, ex primo ministro di Mubarak, non si è schierato con la Fratellanza e, anche se non apertamente, sostiene la mossa dei militari con i quali ha stretti legami dovuti alla sua carriere da pilota. Mentre Morsi nel suo discorso “da vincitore” ha promesso di lavorare «mano nella mano» con le altre forze politiche egiziane «per un futuro di democrazia, sviluppo, pace e libertà», Shafiq ha accusato i Fratelli di aver «intimidito gli elettori» e ha reclamato per sé la vittoria al ballottaggio. Con la macchina elettorale egiziana ben rodata dopo decenni di elezioni farsa, i Fratelli, così come i molti elettori che hanno scelto Mursi proprio per evitare di sostenere il “continuista” Shafiq, temono che i risultati ufficiali non rispecchieranno la reale volontà degli egiziani. Uno scenario esplosivo, insomma, che ha fatto muovere perfino il Pentagono.

George Little, portavoce del Pentagono, ha detto in una conferenza stampa a Washington che gli Usa sono «molto preoccupati per i nuovi cambiamenti alla legge costituzionale egiziana, a partire dalla scelta di tempo per questa decisione, presa proprio mentre le urne delle presidenziali si stavano chiudendo». E’ un modo molto chiaro per dire ai militari che un governo di mimetica non potrà essere tollerato e le forze armate egiziane dipendono dai trasferimenti militari statunitensi visto che l’Egitto è il secondo percettore al mondo di aiuti militari Usa, dopo Israele. «Appoggiamo il popolo egiziano ci aspettiamo che il Consiglio supremo trasferisca il potere a un governo democraticamente eletto come del resto aveva annunciato da tempo», ha aggiunto Little.

Formalmente, i nuovi decreti danno alla giunta militare il potere legislativo solo fino a quando un nuovo parlamento non verrà eletto, ma gli egiziani, che da mesi protestano contro le manovre politiche dei generali, temono che i tempi per organizzare nuove elezioni saranno molto lunghi e nel frattempo i militari, assieme alle forze “controrivoluzionarie” legate al vecchio regime e piuttosto dure a morire, possano assumere pienamente il controllo dello stato, anche sfruttando a proprio favore la sentenza della corte costituzionale egiziana (altra istituzione ben poco toccata dal rinnovamento) che ha annullato il voto parlamentare perché ha deciso che l’esclusione di candidati che hanno avuto incarichi nel vecchio regime è da considerarsi discriminatoria.

La dissoluzione del parlamento è stata contestata dai Fratelli Musulmani che in un comunicato hanno detto che «il parlamento è stato legittimamente eletto e mantiene il potere legislativo». A partire da oggi, diversi parlamentari cercheranno di entrare nell’edificio che ospita l’assemblea legislativa e con le proteste annunciate dai Fratelli – a cui probabilmente si uniranno anche altre forze contrarie al governo militare – il rischio di nuovi scontri al Cairo e in altre città egiziane è molto alto. Alla voce del Pentagono si è sommata quella del Dipartimento di stato che ha avvisto di una possibile «revisione» dei legami con l’Egitto, se non ci sarà il trasferimento di poteri al governo civile.

I generali però non mollano e anzi rilanciano. Mohammed el Assar, uno dei generali del Consiglio supremo, ha detto al Cairo che «entro fine mese» ci sarà una «grande cerimonia» per festeggiare il ritorno al governo di un presidente civile. Ma sarà un presidente sotto tutela, per due motivi. Il primo è che la nuova costituzione è in via di definizione, e non è escluso che quando sarà approvata ci saranno nuove elezioni presidenziali. Il secondo, più sostanziale, è che con i decreti del fine settimana, i generali hanno di fatto ipotecato la presidenza, riducendo le prerogative del capo dello stato che per gli atti di governo più importanti deve chiedere l’approvazione del Consiglio supremo. Con queste premesse, la transizione annunciata e confermata dai generali rischia di essere per gli egiziani solo l’ennesima delusione di un processo rivoluzionario che sta mancando molte delle sue promesse.

di Joseph Zarlingo