Sono 9000 in tutta Roma i bambini tagliati fuori anche quest’anno dalle graduatorie di accesso ai nidi comunali. E il Comune che fa? Beh, tanto per dirne una impiega 5 anni per ristrutturare uno dei pochi asili comunali. Cinque anni per risolvere, in origine, un problema di infiltrazioni d’acqua. E poi lo lascia chiuso, con la scusa che i lavori non sono ancora terminati, nonostante l’ingente stanziamento di fondi. Da ultimo 150 mila euro per la cancellata esterna. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: sta ristrutturando un nido o la Reggia di Caserta?

Questa mattina alcune famiglie romane, insieme alle educatrici e all’Unione sindacale di base, hanno occupato il nido comunale Il Gallo Alfonso, nel XIX municipio di Roma, dove sono ben 600 i bambini rimasti senza asilo. Hanno voluto così rilanciare la mobilitazione e chiedere la riapertura della struttura che, se entrasse in funzione da settembre, potrebbe ospitare almeno 80 bambini e bambine del quartiere. Il sentore comune che la chiusura forzata del nido nascondi il tentativo di privatizzarlo, ha spinto le famiglie ad autorganizzarsi, riappropriandosi di ciò che è e deve rimanere pubblico, nel tentativo di riaprire il tavolo delle trattative.

E’ mai possibile che si debba arrivare a tanto per vedere garantito un diritto? E chi si trova veramente nell’illegalità, chi occupa un edificio pubblico chiuso da cinque anni, o chi lo tiene chiuso per cinque anni sottraendo un servizio ai cittadini?

Ci domandiamo quali interessi ruotino intorno a questa struttura e quali affari si vogliano fare alle spalle dei bambini e delle loro famiglie. Alemanno, da un lato, e la Regione Lazio, dall’altro, stanno cavalcano il problema delle liste di attesa in modo del tutto irresponsabile: il Comune di Roma privatizzando un servizio che dovrebbe essere accessibile a tutti, la Regione Lazio con l’entrata in vigore a settembre di una legge regionale, la 12/2011 che, aumentando il rapporto educatrice bambino e riducendo lo spazio a loro disposizione, dequalificherà il servizio e porterà al licenziamento di molte educatrici precarie. La mancanza di nidi comunali a Roma è un’emergenza sociale che grava sul bilancio delle famiglie e determina condizioni di impoverimento: c’è chi si indebita per pagare le elevate rette di un privato e chi non può è costretto persino a restare a casa, abbandonando il lavoro.

Nel paese del family day mancano i nidi e le scuole materne, mancano i servizi essenziali rivolti alla genitorialità, mancano persino i parchi e le ludoteche pubbliche. Nel paese del family day si specula sull’infanzia e a pagare il prezzo più alto sono proprio le famiglie.