Il meccanismo è collaudato, il risultato certo, l’effetto quello di una propaganda patetica. Funziona così: il governo annuncia qualcosa, un ministro fa una dichiarazione, sceglie un numero qualsiasi, possibilmente con tanti zeri, e può stare sicuro che i giornali titoleranno su quello. 

“Sviluppo, la legge vale 80 miliardi”, apre la prima pagina Repubblica, con la decenza di mettere almeno tra virgolette l’affermazione, così che la responsabilità ricada su chi l’ha fatta, Corrado Passera. Al titolista resta però la colpa, forse maggiore, di limitarsi al copia-incolla delle dichiarazioni, senza spiegare al lettore che di quegli 80 miliardi non se ne vede traccia alcuna. Il Corriere della Sera cancella pure le virgolette e asserisce “80 miliardi per la crescita”. La Stampa concede anche dettagli, per dare maggiore credibilità alla balla, “Tagli e vendite, un piano sviluppo da 80 miliardi”.

Soldi che non ci sono, ovviamente: spendere davvero 80 miliardi per la crescita sarebbe l’equivalente di un piano Marshall, una svolta che dovrebbe sembrare assurda a chiunque abbia seguito la politica degli ultimi mesi. Siamo seri, un governo che deve fare una manovra da 60 miliardi per salvare l’Italia, come recitava il nome del decreto, poi ne trova 80 da spendere? Altro che tecnici, sarebbero alchimisti, ciarlatani (ok, su quest’ultimo punto il dibattito è ancora aperto). E allora perché giornaloni, tg, siti internet e twitter devono accreditare balle colossali come questa con la stessa sicumera con cui, pochi giorni fa, annunciavano un’altra cifra iperbolica fornita sempre da Passera (100 miliardi per le infrastrutture)? Infatti 80 miliardi è una stima, priva di qualunque riscontro verificabile per ora, di tutti i soldi che si muoverebbero dopo il decreto, sommando qualche centinaia di milioni da parte dello Stato con i miliardi che i privati dovrebbero spendere incentivati dalle nuove norme. Capite bene che c’è la sua differenza.

Una spiegazione del successo di queste balle mediatiche è la piaggeria giornalistica, sicuramente, qualcuno sostiene anche l’incompetenza (a questo io non credo, bisogna essere abili a maneggiare le notizie, qualunque sia lo scopo che si persegue, informativo o altro). Ma c’è anche qualcosa di più inquietante: la convinzione, da parte di politici (o tecnici) e giornalisti, che gli italiani non vogliano o non possano capire. Bisogna consegnare loro una sintesi, uno slogan da ripetere a tavola, nei blog e con gli amici. Meglio se accompagnato da un numero, l’ideale è se ci sono miliardi, da etichettare con l’insopportabile gergo giornalistico – tipo “intervento monstre” –, nulla di più è dovuto a lettori ed elettori.

Il lettore però ha il potere assoluto, ha un euro e qualche centesimo da destinare altrove. Nessuna sorpresa che lo stia facendo sempre più spesso. E non è solo colpa della crisi.