Non è diffamatorio affermare che la Fininvest pagò il pizzo alla mafia e che Confindustria dovrebbe adottare provvedimenti contro l’azienda di Silvio Berlusconi, per coerenza con le nette prese di posizione degli ultimi anni verso gli imprenditori che si piegano alle richieste criminali. Lo ha stabilito il gip del Tribunale di Roma Maurizio Caivano, che il 31 maggio ha accolto la richiesta di archiviazione di una querela presentata da Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, contro ilfattoquotidiano.it

La vicenda nasce da un articolo di Marco Lillo pubblicato dal nostro sito il 26 novembre 2010, dal titolo “Sentenza Dell’Utri: Fininvest pagava il pizzo. Ma da Confindustria non arrivano sanzioni”. Nell’articolo, Lillo ricordava la linea della fermezza manifestata dall’associazione degli industriali nei confronti dei membri che subiscono le estorsioni in silenzio: “Espulso da Confindustria chi non denuncia il pizzo”, aveva annunciato l’allora presidente Emma Marcegaglia. Una regola che era già diventata norma statutaria di Confindustria Sicilia, guidata da Ivan Lo Bello

“Emma Marcegaglia ha un problema”, scriveva Lillo. “Anzi due. Il padrone del gruppo più importante della sua associazione di categoria, Silvio Berlusconi, e membro del direttivo di Confindustria Fedele Confalonieri. La coppia ha pagato il pizzo per venti anni e soprattutto non racconta a chi l’ha versato e perché”. Dato che il fatto era scritto nero su bianco nelle motivazioni della sentenza d’appello contro Marcello Dell’Utri, che condannava il braccio destro di Berlusconi a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, “che cosa farà dunque Confindustria?”, si domandava il giornalista. L’articolo era corredato da una videointervista a Marcegaglia, che però liquidava frettolosamente la questione.  

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Fedele Confalonieri – peraltro presidente di Mediaset, azienda neppure citata nell’articolo – ha quindi sporto querela per diffamazione contro Marco Lillo e Peter Gomez, direttore di ilfattoquotidiano.it. Ma prima il pm e poi il giudice hanno ritenuto infondata la sua denuncia. “Quanto alla verità del fatto storico narrato”, scrive il gip Caivano, l’articolo “si ricollega alle motivazioni espresse dalla Corte d’appello di Palermo” depositate il 29 novembre 2010, nelle quali si legge che Berlusconi, “‘pur di stare tranquillo’, fosse ricorso ‘all’amico siciliano’ Dell’Utri, che gli garantiva la possibilità di fronteggiare le ricorrenti richieste criminali, riacquistando la serenità perduta e un costo per lui tollerabile in termini economici, subendo e accettando richieste estorsive piuttosto che rifiutarle, denunciando i fatti alle autorità”. Un esempio su tutti, “i versamenti di denaro effettuati dalla Finnvest per l’installazione dei ripetitori televisivi“. Berlusconi pagava “sistematicamente periodiche somme di denaro al sodalizio mafioso”. 

Questi i fatti rilevati dalla sentenza. Che è stata annullata dalla Cassazione il 9 marzo scorso, con rinvio in appello, ma con motivazioni che confermano in pieno i rapporti fra il duo Berlusconi-Dell’Utri e Cosa nostra. “Ed è proprio prendendo spunto dalla sentenza”, continua il gip, “a fronte del codice etico che la Confindustria si era imposto (con il quale si rifiutava qualsivoglia rapporto con associazioni ‘criminali, mafiose’ e la ‘sottomissione a qualunque forma di estorsione, denunciando’ eventuali richieste), Lillo ha voluto unicamente criticare il comportamento dell’associazione degli industriali”.