Prima il silenzio, poi il blitz. Come sempre notturno e ben calcolato, e via… L’”Onorevole Sciupone”, il personaggio che è andato sul palco per invitare al voto e far abbassare gli stipendi ha avuto la meglio. Il risultato del referendum del 6 maggio in Sardegna ufficialmente non vale nulla. Niente discussioni sui soldi in tempi pericolosi di antipolitica, di crisi e di tagli, ma un emendamento a una leggina sui contratti di collaborazione della pubblica amministrazione che conferma un centinaio di precari. E così gli attuali 80 consiglieri regionali sardi (stesso numero della Lombardia) avranno stipendi, indennità di fatto non molto diversi dall’ultimo aggiornamento al ribasso del 2011. In Aula, il 12 giugno, si è raggiunta senza difficoltà la maggioranza: 63 voti favorevoli e tre astenuti. Maggioranza e opposizione insieme hanno trovato la soluzione per evitare il vuoto normativo e quindi l’assenza di paga.

Il trucco. I tagli apparenti alle varie voci che costituiscono lo stipendio dei cosiglieri vanno dal 20 al 30 per cento, ma i calcoli sono basati su dati d’archivio (cifre lorde) del 2003. Cioè prima dei ribassi del 2006 e del 2011 dell’Ufficio di presidenza. L’indennità base resta praticamente la stessa, attorno ai 9mila euro al mese. Le sforbiciate riguardano, con lo stesso meccanismo, anche l’indennità di carica riconosciuta a partire dai vicepresidenti di commissione fino alla presidenza del Consiglio regionale (-30%), la diaria (-20%) e i contributi ai gruppi (-20%). La norma, approvata all’unanimità, non tocca, per esempio, le spese di segreteria e cancelleria, quelle per i cosiddetti “portaborse”, confermate a 3.352 euro.

La consultazione di maggio, ribattezzata anticasta, per cui sono stati stanziati in Finanziaria 6 milioni di euro, era stata sostenuta dai Riformatori (tre su cinque sono usciti durante il voto) e dallo stesso presidente della Regione Cappellacci con lo slogan “Sardegna si cambia: meno onorevoli meno stipendi ai politici”. Per evitare il vuoto normativo e l’assenza di stipendio si è trovata la soluzione. Nessuno, di fatto, è riuscito o semplicemente ha voluto far rispettare il responso della urne su un quesito abrogativo: il numero 8 che cancellava un articolo di una legge che determina status e indennità dei consiglieri: oltre il 97 per cento degli elettori ha votato sì. A niente è valsa addirittura la costituzione di un Comitato di vigilanza sui risultati del referendum: intellettuali e giuristi. Prima c’è stata la legge che ha stabilito la sopravvivenza delle nuove province (Ogliastra, Medio Campidano, Sulcis-Iglesiente e Olbia-Tempio) fino a febbraio 2013, e ora c’è il sistema di calcolo che passa per un emendamento, senza avviare un processo di riforme. Le firme alla scappatoia sono quelle dei questori dell’Assemblea Andrea Biancareddu (Udc), Giuseppe Cuccu (Pd), Nello Cappai (Udc) ed Eugenio Murgioni (Pdl). 

In molti, forse addirittura tra i promotori, non immaginavano il raggiungimento del quorum, fissato a un terzo degli aventi diritto. Da qui l’immediato caos successivo e poi le soluzioni, trasversali.

Ed è il tempo delle polemiche: i difensori delle province puntano il dito contro quelli che definiscono i veri detentori di poltrone e privilegi. E volano reciproche accuse di casta, Protesta il vice segretario dell’IdvSalvatore Lai, e contesta anche i suoi consiglieri: «La leggina approvata alla chetichella, che riduce minimamente gli stipendi dei consiglieri e i fondi per i gruppi consiliari, non rispetta la volontà degli elettori che hanno chiesto un netto taglio ai privilegi e ai costi della politica regionale”. Una vergogna, dice Efisio Arbau, ex Pd e fondatore del movimento La Base: “La peggiore pagina della storia dell’Autonomia, si riprendono infatti le indennità pesanti nonostante i cittadini avessero detto che i soldi dovevano essere tagliati; non eliminano i consigli di amministrazione degli enti regionali e e prorogano le poltrone dei loro amici politici provinciali”. Tutto questo in un periodo di crisi terribile per la Sardegna, con oltre 100mila lavoratori in cassa integrazione e un tasso di disoccupazione che, secondo dati Istat, supera il 16 per cento a fine 2011.