All’indomani del rinnovo dei vertici dell’azienda pubblica e in attesa della designazione del nuovo cda, prevista per il 21 giugno, “Uomo da marciapiede” ha sondato gli umori dei passanti sulla possibilità di privatizzare la Rai. In maggioranza, voci contrarie alla vendita ai privati. “La Rai va mantenuta pubblica, ma liberata dai partiti con la riforma del metodo di nomina dei dirigenti”, è l’opinione prevalente. Ma in quale modo riformarlo? Tanti chiedono iniezioni di trasparenza e partecipazione, per esempio dando il potere di scegliere i curricula più meritevoli ad assemblee di lavoratori Rai o in generale a personalità della cultura e operatori della comunicazione. I favorevoli vedono invece nella vendita una garanzia in più di concorrenza editoriale e l’unica via per sottrare l’azienda al controllo politico. Poi c’è una posizione intermedia: lasciare al servizio pubblico solo un grande canale di informazione senza pubblicità. Certo è che dal 1995 – l’anno nel quale un referendum popolare, poi disatteso, aprì alla privatizzazione – l’espansione di internet e il boom delle tv digitali, unitamente al decadimento della programmazione d’informazione e d’intrattenimento, hanno messo in fuga dalla Rai milioni di spettatori e quasi tutti i giovani. Ma è anche cambiata la percezione del potere televisivo. Diffusa è l’esigenza di una legge antitrust e di una sul conflitto d’interessi. Pochi tuttavia si fanno illusioni di Piero Ricca, riprese e montaggio di Claudio Cecconi