Tra gli argomenti decisamente mosci che i supporter della vivisezione sfoderano contro i loro avversari (per esempio la sottoscritta) c’è quello che dice “Tu non sei nessuno, ho cercato il tuo nome su Pubmed* e non l’ho trovato. Nelle redazioni delle più importanti riviste scientifiche nessuno ti conosce, quindi taci!”

Questa pensata in genere mi mette di buonumore, perché è veramente assurda, un esplicito segno di debolezza argomentativa, specie quando è accompagnata dal suo corollario: “A te che non hai vinto il Nobel, chi vuoi che ti creda”. Un po’ come sostenere che di politica possono scrivere solo i deputati eletti in Parlamento, che degli inconvenienti della navigazione costiera sono autorizzati a parlare solo i comandanti dei transatlantici (che so, Schettino) o che sull’argomento “banche” può pronunciarsi, essendo creduto, solo chi ci lavora dentro. 

Sono uomini e donne tutti d’un pezzo, questi supporter della vivisezione, e la loro credenza nell’equazione ‘molte pubblicazioni = molto sapere e molto prestigio’ rasenta la mania. La peer review, e cioè il processo con il quale vengono selezionati gli articoli scientifici meritevoli di pubblicazione (decine di migliaia all’anno) li manda in visibilio. Quest’incrollabile fede nel sapere di casta non vacilla neppure se gli citi Richard Horton, direttore di una delle più importanti riviste scientifiche del mondo – The Lancet – , secondo il quale “il sistema della peer review è fazioso, arbitrario, irresponsabile, lacunoso, facilmente falsificabile, spesso offensivo, comunemente ottuso, occasionalmente folle, frequentemente sbagliato”. Ok – dicono – Richard Horton può sostenere quel che gli pare. Ma tu chi sei per citarlo? 

Poi c’è l’argomento ‘ma come ti permetti di criticare la vivisezione, tu che mangi la carne!’ Ovviamente non sono io che mangio la carne. E neppure la maggior parte degli anti-vivisezionisti lo fa. Ma l’immagine del “carnivoro-che-non-ha-titolo-per-condannare-la-vivisezione va per la maggiore e viene utilizzata senza risparmio per screditare l’avversario, specie quando non c’è la possibilità di un contradittorio diretto. L’ha riesumata anche Ignazio Marino, docente di chirurgia dei trapianti e senatore del Pd, in un articolo sull’Espresso, che è una disparata (e fors’anche disperata) summa di cliché, un concentrato di figure retoriche destinate a demolire l’avversario, ma con scarso riguardo sia per il buon senso sia per la realtà delle cose.

Infatti, contrariamente a ciò che dà mostra di sapere Marino, ad alimentare l’antivivisezionismo, non ci sono soltanto motivazioni etiche (gli animali non sono ‘nostri’, e non sono oggetti dei quali disporre a piacimento). Ci sono anche solide motivazioni scientifiche. Dal rapporto del National Research Council degli Stati Uniti intitolato Toxicity for the 21st Century: a Vision and a Strategy alle ricerche d’avanguardia delCenter for Alternatives to Animal Testing (CAAT) che lavora insieme con la Johns Hopkins University di Baltimora e l’Università di Costanza in Germania; dagli articoli del leading scientist (così l’ha definito Nature) Thomas Hartung alle inchieste e i data-base di associazioni e organismi medico-scientifici come la francese Antidote-Europe, come la britannica Safer Medicines, come la tedesca Doctors against Animal Experiments Germany, come ilComitato Usa Physicians Committee for Responsible Medicine, le prese di posizione, i dati e le analisi contro le incongruenze della vivisezione – non soltanto mortifera per gli animali, ma anche pericolosa per gli esseri umani – si moltiplicano, a disposizione di chiunque voglia saperne di più e fare della vivisezione un ricordo del passato (con ogni evidenza non Ignazio Marino). Valga per tutti la precisa risposta, proprio a Marino e alle sue affermazioni sulla cura dell’Aids e l’uso delle scimmie, a firma di Claude Reiss, per 35 anni direttore di ricerca in biologia molecolare al CNRS di Parigi e docente di Biochimica all’Università di Lille.

Infine, tra gli argomenti più intriganti che girano sia sul web sia alle conferenze di ricercatori e scienziati, e persino nelle aule universitarie dove si parla di bioetica (l’ho sentito con le mie orecchie), c’è quello del menagramo che dice così: ‘Sei antivivisezionista? Ok, fa pure. Ma se ti ammali, o se si ammalano i tuoi cari, guardatevi bene dal curarvi perché non c’è farmaco per per legge non sia stato testato sugli animali”.

Sembra uno scherzo e invece è vero.
Sembra una barzelletta, ma purtroppo va così: che io non abbia scelta – se mi ammalo – tra farmaci testati sugli animali e farmaci cruelty free (per esempio, testati con le metodologie d’avanguardia di cui ormai disponiamo) non sembra ai vivisection boys & c. una palese mancanza di libertà di cui eventualmente discutere. Non la giudicano la prova provata che le leggi andrebbero aggiornate, aprendovi spazi al sentire dei cittadini.  Per gli anti-vivisezionisti, chiedere l’abolizione della sperimentazione animale significa puntare a una ricerca medica e tossicologica all’altezza dei tempi, più sicura e affidabile per tutti. Visto dalla parte dei vivisection supporters, il fatto di essere contro la sperimentazione animale si configura invece come una colpa biblica, individuale e famigliare, espiabile alla prima occasione in un solo modo: lasciandosi morire. 

Se il primo argomento (‘tu non sei nessuno, taci!’) mi mette allegria, quest’ultimo (‘Crepa con tutta la famiglia’) mi lascia perplessa. Ma perché cercarne la ragione, perché immalinconirsi: questa è la scienza dello stabulario, e questi sono i vivisection supporters , bellezza!

*PubMed è un data base di letteratura medica con oltre 21 milioni di link e citazioni.