Le dimissioni da commissario straordinario di Expo offerte da Giuliano Pisapia hanno un “effetto collaterale” niente male: offrono anche all’altro commissario straordinario, Roberto Formigoni, un’ottima occasione per farsi da parte. Ne avrebbe tante altre, il Celeste, di buone ragioni per andarsene: vedi alla voce “vacanze di gruppo” e rapporti ancora da spiegare con il Mister Wolf della Lombardia, Pierangelo Daccò, l’uomo che “risolve problemi” ai boss della sanità privata.

Comunque, azzerare i vertici di Expo, ora, è più facile: se n’è andato il commissario-sindaco di Milano, può andarsene senza dar troppo nell’occhio anche il commissario-presidente della Regione. Coglierà questa buona occasione, il Celeste? Improbabile, visti i toni con cui negli ultimi giorni ha risposto a chi gli chiedeva un passo indietro. E vista la raffica di querele (anche a chi ha scritto di lui sul Fatto Quotidiano) con cui ha risposto alle semplici domande che gli erano state poste, del tipo: ha restituito i soldi delle vacanze, delle cene, delle barche gentilmente anticipati dal generosissimo Daccò? Se proprio lo si vuole fare, ’sto benedettissimo Expo, se proprio si vuol tentare di recuperare il tempo perduto finora, deve entrare in campo un commissario straordinario che ci lavori a tempo pieno, un Mister Expo che, visti i ritardi, deve essere una specie di Mandrake.

Pisapia si è fatto da parte non senza venature polemiche: “Se il governo non si assumerà le sue responsabilità, c’è il rischio che fallisca”. Mandrake potrebbe essere Giuseppe Sala, l’attuale amministratore delegato di Expo 2015, l’unico, tra i capitani che si sono fin qui succeduti al vertice dell’impresa, che ha dimostrato di non considerare l’incarico come una satrapia e un lavoro da fare nei ritagli di tempo. È improbabile che Formigoni si dimetta: perché ha da garantire che l’Expo resti una grande operazione immobiliare a beneficio dei bilanci di Fondazione Fiera, proprietaria di gran parte delle aree su cui si terrà l’esposizione universale del 2015, e un terreno di pascolo per la società regionale Infrastrutture lombarde. Ma il commissario è di nomina governativa, per cui Mario Monti può sostituirlo in un nanosecondo.

Intanto i lavori vanno a rilento. E i primi appalti producono i primi dubbi. Sono già arrivati i magistrati, la Guardia di finanza e la Direzione distrettuale antimafia, a cercare di capire com’è andata la prima gara, quella per ripulire l’area, realizzata da Mm e vinta dalla coop Cmc di Ravenna, ora sotto indagine per turbativa d’asta. Con subappalti ad aziende che, secondo la denuncia di Giulio Cavalli (consigliere regionale lombardo di Sel), non sono proprio il massimo della trasparenza.

La crisi ha già provveduto a rendere più povero il banchetto degli affari di Expo. Erano 60 le opere previste nel dossier di candidatura, i padiglioni, le vie d’acqua, le strade, autostrade, metrò M4, M5 e M6. Almeno venti di queste sono già state cancellate, altre saranno forse realizzate, ma non in tempo per il 2015. La Provincia e la Camera di commercio hanno già chiesto di poter ridurre iloro investimenti. Il Comune di Milano e il governo di Roma hanno già tanti problemi di bilancio. In queste condizioni, si farà l’Expo con i fichi secchi? A questo punto, non sarebbe meglio dire: scusate, ci siamo sbagliati, lasciamo perdere? Un’alternativa alla figuraccia planetaria ci sarebbe: abbandonare la bulimia da grandi opere e tornare all’Expo leggero del parco agroalimentare, del grande orto planetario da lasciare alla città. Come andrà a finire?

Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2012