Ho aderito al Coordinamento romano acqua pubblica nel 2010, nel giugno del 2011 festeggiavamo la vittoria dei sì ai referendum contro la privatizzazione della gestione dell’acqua e dei servizi pubblici essenziali; per me la democrazia non è mai stata qualcosa di tangibile come in quel giorno.

Due giugno 1946, in fondo, il nostro stesso ordinamento si fonda sul risultato di un referendum istituzionale indetto a suffragio universale, quello con cui si scelsero la Repubblica e la democrazia. Varie e discusse le forme di esercizio ma, quantomeno etimologicamente, il significato della parola è noto a tutti ed esplicitato nell’articolo che regge l’intera impalcatura costituzionale, il primo: se di democrazia si tratta allora «appartiene al popolo» la sovranità sebbene non tradotta in libero arbitrio ma esercitata «nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Passato quasi un anno, con il risultato del voto di giugno che ancora non trova applicazione e, anzi, viene in tutti i modi vilipeso, la democrazia torna ad assumere il senso di un traguardo da raggiungere con la partecipazione attiva piuttosto che essere una realtà già perfetta e compiuta.

Che sarà un blog di parte è palese, meno scontata la volontà di non nascondere e anzi manifestare apertamente questa parzialità, perché non è vero che la verità sta sempre nel mezzo, in alcuni casi sta da una parte sola. Quando si parla di acqua, risorsa vitale per tutti, appartenente a nessuno, nulla è più vero e giusto del fatto che essa debba, non solo essere di proprietà pubblica, ma gestita in maniera pubblica e partecipata, fuori da ogni logica di profitto.

Alle affermazioni di principio vanno accompagnati i fatti e le dimostrazioni; impossibile farlo in queste poche righe introduttive, sarà, però, l’aspirazione di questo blog: scrivere di come non venga rispettato il voto dello scorso giugno, degli attivisti e delle azioni da essi messe in campo perché ciò avvenga, spiegare come sia concretamente possibile escludere i profitti dalla gestione dell’acqua.

Probabilmente, chi sostiene le tesi opposte, anche se in coerenza con ciò che pensa e ciò che è, difficilmente potrebbe usare parole semplici per esporle, senza quelle formule piene di eleganza, volutamente complesse, retoriche, tipiche di chi teme ciò che con le sue stesse parole smentisce e confuta.

Al contrario, “acqua pubblica” e “acqua bene comune” hanno significato 26.000.000 di sì: parole semplici per esprimere un’idea che sa di giustizia e come tale viene sentita prima che dimostrata. Ventisei milioni di sì, un “record di democrazia diretta” che celebra insieme i valori costituzionali, l’Italia unita e la Repubblica molto più della parata militare in via dei fori imperiali o delle fiction televisive sull’unità. Se ne sarebbe potuto celebrare il senso politico e invece si è cercato e si cerca in ogni modo di affossarli, ignorarli, aggirarli così come, sempre più spesso, la nostra classe politica tende con arroganza a svilire ogni forma di partecipazione dal basso.