Durante la sua carriera scolastica ogni alunno di questo Paese attraversa centinaia di momenti valutativi che ne attestano la preparazione, i progressi, le difficoltà. Quando arriva alla maturità, pardon all’Esame di Stato, questo studente ha alle spalle come minimo dodici anni di scuola durante i quali è stato valutato, attraverso test, interrogazioni, prove scritte e grafiche di ogni sorta, qualche migliaio di volte. Ogni anno questo studente ha ricevuto la valutazione finale che ne ha attestato la preparazione, gli interessi, le capacità e il comportamento. Arriva quindi all’esame finale con dei crediti, che ne condensano il profilo, e ha modo di essere valutato da una commissione per la maggioranza esterna. In nessun altro momento della vita si viene valutati costantemente come a scuola; e nessun altra istituzione valuta e rende pubbliche le proprie valutazioni come la scuola. Se a qualcuno interessasse, perciò, sapere chi sia il più bravo di questo o di quell’istituto non dovrebbe far altro che telefonare alla segreteria, o magari scomodarsi e andare fin lì, per avere tutte le informazioni del caso.

E’ per questo che la proposta del ministro Profumo, di “individuare” lo studente migliore facendo prevalere (sottinteso finalmente!!) la meritocrazia, appare talmente inconsistente da sembrare quasi strumentale. Il messaggio, infatti, che è passato è stato quello di una scuola pubblica che non premia i meritevoli, di una scuola che non è stata in grado di “selezionare” i “futuri quadri” della società; si è fotografata, in quella proposta, una scuola che non ha saputo far sbocciare l’italico genio, e che, radice marcia di questa società corrotta, ha premiato chi non se lo meritava schiacciando e maltrattando il migliore. Ma a chi abbiamo dato 100 e lode fino adesso, Ministro? Ai più asini? O pensa forse a fenomeni di corruzione?

E poi, proprio adesso Ministro, mentre siamo nel pieno degli scrutini, delle valutazioni: cosa dobbiamo fare, dare voti più bassi? O bocciare di più e dare voti più alti ai superstiti? Lei rischia, con quella frasetta, di mettere in crisi i nervi di qualcuno, di far crollare l’intero sistema valutativo che un insegnante si è creato con fatica e esperienza nel tempo.

In realtà la proposta, risibile nei contenuti (molto meglio sarebbe parlare di quote riservate come ha ben ricordato recentemente Daniele Checchi), risulta solo offensiva nei confronti dei docenti della scuola che non possono non aver colto nelle parole del ministro un atto di sfiducia verso il proprio operato: valutare (finalmente) il migliore significa che fino ad ora le valutazioni fatte non sono attendibili, che quelle centinaia di certificazioni sono cartastraccia, che chi ha preso la lode alla maturità ha senz’altro goduto della compiacenza di qualcuno. Insomma, ancora discredito buttato a piene mani verso la scuola quasi si volesse dipingerla, al pari di altre istituzioni del Paese, come logora e incapace di assolvere il proprio compito. E si dà la stura a chi si diverte a descriverla ( recentemente anche in questo sito, nell’ intervento di Carlo Bordoni) come luogo sordido e deprimente.

Penso che il demenziale assioma ministeriale vada totalmente ribaltato: è la scuola probabilmente che può insegnare alla società un po’ di “onesta meritocrazia”. E’ solo a scuola, nella scuola pubblica, che spesso il figlio dell’immigrato algerino, spinto dalla necessità di integrarsi, prende voti più alti del figlio del notaio torinese, preoccupato solo che le mutande spuntino sufficientemente dai pantaloni. Ma chi starà meglio dopo, una volta terminati gli studi? La vera ingiustizia comincia fuori dal portone della scuola.