Armi per fare la politica e non per fare la guerra“. E’ il ragionamento che ha portato i giudici della II corte d’Assise d’appello di Milano, il 28 maggio scorso, a escludere l’aggravante della finalità terroristica ai componenti del Partito comunista politico-militare imputati a Milano che si sono visti ridurre le pene nel processo bis. Le nuove Brigate rosse, secondo i magistrati, progettavano “plurimi attentati” che erano però “caratterizzati” da “violenza generica e non terroristica” argomenta Fabio Tucci giudice estensore della motivazioni della sentenza con undici condanne da 2 anni e 2 mesi fino a 11 anni e mezzo di carcere. Il gruppo aveva una “visione politica” sovversiva e la strategia era appunto di usare le “armi per fare politica e non per fare la guerra” che ha portato la corte, presieduta da Anna Conforti, a derubricare il reato da associazione a delinquere finalizza al terrorismo in associazione sovversiva.

“Mentre il delittuoso disegno eversivo traspare in modo palese” dai progetti di attentati, verso obiettivi umani e non, e dal foglio clandestino, chiamato  “Aurora”, che usava il Pcpm, non si coglie però “il riferimento a strategie sorrette dalla finalità terroristica nei termini definiti dalla Cassazione (che aveva chiamato annullato la prima sentenza d’appello e rinviato gli atti a Milano per il processo bis proprio per ragionare sulle modalità della violenza del gruppo, ndr)”. Soprattutto dall’azione dei presunti brigatisti si evince che questi avevano “obiettivi di elezione, funzionali ad attivare meccanismi di coesione di classe e di eventuale emulazione”, ma non volevano compiere “azioni violente polidirette”. Ossia nei loro piani “la popolazione non verrà intimidita strumentalmente”.  Per questo, in sostanza, cade l’accusa di terrorismo.

Nell’ambito della loro “aberrante visione ideologica” non c’erano infatti “operazioni concepite per generare panico e terrore e produttive di effetti collaterali”, che, secondo i giudici, caratterizzano il terrorismo. E malgrado gli imputati volessero con un progetto “eversivo e sovversivo” destabilizzare “le fondamentali strutture politiche economiche e sociali dello Stato” e non si facevano “scrupolo di lavorare a plurimi attentati”,  il loro agire era caratterizzato appunto “da violenza generica e non terroristica”. Eppure così come tragicamente era stato per Massimo D’Antona, anche Pietro Ichino, che si è costituito parte civile, costituiva “un obiettivo politico della violenza eversiva del gruppo”. Il giuslavorista senatore del Pd prima che i giudici entrassero in camera di consiglio si era appellato ai giudici: ”Queste persone vogliono decidere chi sia il simbolo dello Stato ed emanare sentenze di morte e di ferimento nell’ambito di una guerra che hanno dichiarato. Ancora oggi teorizzano il loro diritto di uccidere e di intimidire riflette Ichino, costretto a vivere sotto scorta da ormai 10 anni, dopo l’uccisione di Marco Biagi – . Sono terroristi e non c’è altro termine con cui possono essere definiti”. Obiettivo quindi Ichino, ma non di terroristi e per questo al professore, assistito dall’avvocato Laura Panciroli, è stato riconosciuto un risarcimento di 100 mila euro a carico degli imputati.  Ichino si era presentato in aula per spiegare ai giudici che lui aveva pure avanzato una proposta di “dialogo” che prevedeva la sua rinuncia al risarcimento, ma in cambio gli imputati avrebbero dovuto riconoscere il suo “diritto a non essere aggredito”. Gli imputati avevano riposto alle dichiarazioni con proclami in cui si invocava anche l’uso delle armi. E per questo cinque di loro, tra cui Alfredo Davanzo, sono anche indagati per istigazione a delinquere. “Quanto al carattere simbolico della figura del prof. Ichino – scrive la Corte – non va dimenticato che egli, per designazione ministeriale, subito dopo l’assassinio del giuslavorista Massimo D’Antona avvenuto il 20 maggio 1999, venne chiamato a ricoprire il suo stesso ruolo dirigenziale presso l’Enav”.

I giudici, però, in un altro passaggio delle 73 pagine delle motivazioni, sottolineano anche come i militanti del Pcpm avessero preso le distanze dalla “deriva militarista che aveva caratterizzato la storia delle Br”, malgrado esprimessero sostegno all’episodio del “conflitto a fuoco con le forze di polizia che causò la morte di un agente” nel marzo del 2002 e che si concluse con l’arresto di “Mario Galesi e Nadia Lioce”. Durante una delle prime udienze avevano inneggiato a coloro che ha a Genova hanno gambizzato l’amministratore delegato della Ansaldo Nucelare Roberto Adinolfi gridando “Vva la rivoluzione”. Nel determinare le pene per gli undici condannati i giudici sottolineano come i presunti brigatisti non possano “meritare” un valutazione “benevola”, dato il “loro radicale dispregio per il valore della vita umana”, che emerge dai piani di attentati. Sono persone, scrivono ancora, che non hanno “alcun consenso nella società” e che volevano agire al di fuori del “metodo democratico”. La Corte spiega anche perchè il risarcimento a favore della Presidenza del Consiglio, parte civile, è stato ridotto da 1 milione a 400 mila euro. Il “delitto” compiuto dagli imputati, chiariscono, è “di evidente e grande impatto per la compagine sociale”, ma “certamente inferiore rispetto a quello dell’associazione che persegue finalità terroristiche”.