La “talpa” informatica che avrebbe spiato la posta del sindaco di San Giorgio, in provincia di Piacenza, ha un nome e un cognome. Secondo le accuse, alle quali ha dovuto rispondere oggi nella prima udienza in Tribunale, sarebbe il consigliere provinciale della Lega Nord, Enzo Varani, conosciuto a Piacenza anche come “mago Kian”.

Il fatto risale all’ottobre 2010, quando il sindaco del paese della Val Nure, Giancarlo Tagliaferri, depositò una denuncia contro ignoti, sospettando che la propria posta elettronica personale fosse sotto controllo. Da qui sono partite le indagini, da parte della procura e coordinate dal pm Michela Versini, che hanno portato prima all’iscrizione nel registro degli indagati dell’allora consigliere comunale Enzo Varani e successivamente al suo rinvio a giudizio.

Il suo nome, però, era rimasto fino ad ora top secret, anche perché il sindaco ha sempre rifiutato di parlare della vicenda, nonostante l’opposizione chiese già allora un Consiglio comunale ad hoc per informare la cittadinanza.

Si tratta di un caso che fece molto parlare nel piacentino, visto che per giorni aleggiò il sospetto di un fantomatico hacker. Inizialmente s’ipotizzava un dipendente comunale che avesse avuto accesso alle mail del primo cittadino. Ma ben presto si addensarono le voci che portarono a Varani, in particolare quando, a poche settimane dallo scoppio del caso, rassegnò le dimissioni da consigliere a San Giorgio senza apparente motivo e per molte sedute non si presentò a quelle in Provincia. Le accuse nei suoi confronti sono di accesso abusivo, detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici e violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza.

Sembrerebbe un peccato veniale, quello di cui deve rispondere il consigliere provinciale e chiaroveggente, che però la legge punisce duramente. In particolare se l’imputato ricopre la carica di pubblico ufficiale e se a essere violati sono sistemi informatici o telematici di interesse pubblico. In questo caso la pena prevista è da uno a cinque anni (articoli 615 ter e quater del codice penale). Ma non solo, perché sull’esponente del Carroccio pende inoltre, come detto,  l’accusa di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza (articolo 616). In questo caso la pena prevista è fino a tre anni.

Oggi in aula l’esponente leghista non era presente ma c’era invece il suo avvocato difensore, Stefano Piva, il quale non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

Raggiunto telefonicamente, Varani si è detto “fiducioso nella giustizia e sicuro che la verità verrà a galla”. Per quanto riguarda la sua attività in Provincia, come consigliere, ha poi assicurato: “Continuerò a ricoprire con serenità e serietà il mio ruolo”. Una tranquillità che, forse, gli deriva dagli hobby dell’astrologia, della cartochiromanzia e dell’occultismo, grazie ai quali Enzo Varani potrebbe già aver avuto rassicurazioni sul suo futuro. 

di Gianmarco Aimi