Parti cesarei in aumento, reparti di neonatologia come fabbriche in cui si ha fretta che il bimbo nasca perché il personale è poco. Da qualche mese a Modena un gruppo di donne, mamme e ostetriche unite nella battaglia, sta provando a far cambiare rotta e a pretendere che il servizio pubblico faccia ciò che una legge dovrebbe garantire: dare la possibilità alle donne di partorire a casa propria a spese del servizio sanitario. Costerebbe meno del ricovero in ospedale: 1.000-1.250 euro contro i 1.800 di un normale parto in clinica. In più le statistiche dicono che, se fatto seguendo regolarmente le procedure, il parto in casa è il meno rischioso.

Nelle nazioni del Nord Europa la pratica tra le mure domestiche è molto diffusa: in Olanda, se una gravidanza è fisiologica, cioè non ha complicazioni, il ginecologo non entra quasi mai in gioco. Se visita a spese pubbliche una donna con una gestazione regolare rischia un richiamo: l’attesa di un bimbo non è una malattia. Ci pensano le ostetriche. In Italia, al contrario, la medicalizzazione è estrema: si ricorre frequentemente al taglio cesareo – dal costo ulteriormente più elevato (fino a 2.500 euro). Nel Belpaese a scegliere l’intervento è il 40 % delle donne, nel Mezzogiorno si va spesso oltre il 60%. Contro un massimo del 15 % previsto dall’Organizzazione mondiale per la sanità.

Ma torniamo a Modena. L’ultima mamma a sollevare il caso è Emanuela Federzoni, una trentenne di Castelfranco Emilia che ha appena partorito il suo secondo figlio. Oggi è felice: il bimbo è nato in casa, ma con l’assistenza di ostetriche private. Il tentativo di farsi seguire dal servizio sanitario è stato quasi un altro parto.

La donna fa domanda il 21 marzo alla Ausl di Modena, dove il servizio è ufficialmente attivo dal 2004. Il responsabile del settore, il dottor Paolo Accorsi (vedi la sua replica nell’articolo allegato), pochi giorni prima le spiega che in quel momento le ostetriche non hanno disponibilità e l’azienda sta vagliando una strada alternativa. Passano le settimane ed Emanuela, non avendo risposte certe sulla possibilità di partorire in casa con le ostetriche del servizio pubblico, è costretta a contattare un centro privato. La differenza di prezzo è grossa, visto che in regime libero professionale il costo si aggira intorno ai 3 mila euro. La Regione a quel punto rimborsa alla donna l’80 % di quanto speso fino a un massimo di 1.280 euro, non un soldo in più. Nel frattempo i privati che offrono questo servizio prosperano e continuano a offrire ciò che dovrebbe garantire il pubblico.

La legge regionale 26 del 1998 parla chiaro: “La donna, debitamente informata sull’evento e sulle tecniche da adottare, liberamente può scegliere di partorire nelle strutture ospedaliere, nelle case di maternità o a domicilio”. Per far nascere un bimbo in casa ci sono delle procedure da seguire. Innanzitutto la donna deve essere convinta della scelta e avere una gestazione senza complicanze. L’abitazione deve avere adeguati impianti di riscaldamento, elettricità, acqua potabile e non può essere troppo distante da un ospedale. Due ostetriche devono essere reperibili 24 ore su 24 dalla settimana 37 alla 41 più cinque giorni. In quelle settimane incontrano più volte la futura mamma per conoscerla e prepararla nel modo migliore all’evento.

Per tutto questo le ostetriche incassano 1.000 euro lordi da dividere per due. A questi vanno aggiunti 250 euro per una sola visita pediatrica, non obbligatoria nel protocollo. “Che il parto duri due ore o due giorni, quello è il nostro guadagno”, spiega Simona Minniti di Modena, ostetrica del pubblico da molti anni e sostenitrice delle nascite in casa.

In Emilia Romagna, oltre a Modena, sono solo Reggio Emilia e Parma ad avere attivato il servizio pubblico di parto a domicilio. In queste ultime province funziona. A Parma nel 2011 ci sono state 21 richieste, di cui 17 accettate e 4 rifiutate per mancanza dei requisiti. E se è vero che dove funziona il pubblico il privato non fa profitti, nel parmense per il 2012 è arrivata una sola richiesta di rimborso spese per assistenza al parto da parte di un’ostetrica privata. A Modena, invece, quest’anno il servizio pubblico ha gestito un solo parto, mentre ne ha rifiutati tre. Tra questi, anche quello di Emanuela.

Un’altra mamma, Giorgia Bortolani, racconta: “Accorsi ci comunicò che, vista la data presunta del parto, sarebbe stato inutile presentare la domanda diretta del servizio, in quanto i problemi organizzativi delle ostetriche, visto l’imminente periodo di ferie, avrebbero reso impossibile l’erogazione del servizio stesso”. Un diritto che salta per colpa delle ferie?

Che cosa significhi partorire tra le mura domestiche lo spiega Daina, un’altra delle agguerrite donne modenesi: “Non credo che il mio primo parto si sarebbe potuto concludere fisiologicamente se al posto del mio compagno e delle persone che avevo scelto, di cui mi fidavo, ci fosse stato un gruppo di specializzandi tipo Grey’s Anatomy. Se devo passare una gran brutta nottata, visto che di quello si tratta, posso almeno passarla come mi pare?”.

Se tutte le mamme che hanno una gravidanza fisiologica e una abitazione che lo permette fossero assistite a casa propria, negli ospedali ci sarebbero più risorse per gestire immediatamente le vere urgenze. Anche perché nel frattempo diversi ospedali di secondo livello, soprattutto quelli più piccoli di provincia, sono stati chiusi. “Dove lavoro io eravamo tre ostetriche 15 anni fa. Oggi i parti sono raddoppiati e siamo sempre tre”, spiega Simona, che lavora al Policlinico di Modena.

C’è poi la questione del pagamento delle ostetriche. Martina Malagoli ha partorito la prima figlia nel 2008, in casa e col servizio pubblico. Ci riprova due anni dopo per la seconda gravidanza, ma scopre che le ostetriche non avevano ancora visto il becco di un quattrino per il suo primo parto. E ha dovuto rivolgersi al privato. “Solo ora sembra si stia muovendo qualcosa, ma per anni non siamo state pagate per quei parti”, conferma Simona Minniti. “Per questo motivo finora, quando raramente ci viene proposto, ci rifiutiamo di farlo, anche se ci dispiace per le future mamme”.