Vi dico la mia sulle nomine dei vertici Rai, che già tanti commenti e obiezioni hanno suscitato. Una premessa, ovvia, ma che non mi pare sia sufficientemente ricordata. Queste sono nomine di centodestra di un governo di centrodestra. Già, perché bisogna ricordarselo che a governarci è il centrodestra, legittimamente, visto che ha vinto le elezioni. Poi Berlusconi ha fatto una squadra che più che di governanti era di saltimbanchi (chiedo scusa ai saltimbanchi di professione), che ogni volta che varcavano i confini facevano ridere o preoccupare mezzo mondo e così si sono dovuti sostituire con dei tecnici. Ma la linea politica rimane quella di un centrodestra, a cui parte della sinistra ha dato fiducia per la delicatezza della situazione.

Non c’è molto da stupirsi, dunque, se le nomine fatte da questo governo rispecchiano pienamente i valori, la cultura e i campioni della destra: l’egemonia culturale del mercato, dell’azienda, del privato, il capitalismo, il turbocapitalismo come dice Freccero, il mito della Tatcher che proprio non riusciamo a toglierci dai piedi. Fin qui tutto nella norma e persino nella logica. Il problema, però è un altro ed è molto serio. Il problema sta nel fatto che la destra, anche la vera destra liberale, quella che esisteva prima degli equivoci berlusconiani, non ha mai amato la Rai. Non ha mai amato l’idea di servizio pubblico, considerata una presenza statalista, burocratica, parassitaria, di impaccio alla libera iniziativa: insomma quello che oggi dice Belpietro e che altri argomentavano meglio.

Negli anni settanta le battaglie contro il monopolio e per la liberalizzazione sono state di matrice liberale e liberal-socialista. Qui sta il problema, un problema serio di natura culturale attorno al quale possono nascere legittimi sospetti. Perché se questa destra e i suoi rappresentanti che occupano i vertici della Rai sono eredi di quella tradizione di insensibilità, di insofferenza rispetto al servizio pubblico, allora ci aspettano brutti momenti. Se invece hanno superato quei pregiudizi e sono davvero convinti del patrimonio di cultura, di civiltà, di identità e di educazione che – come ricordava recentemente Valentini su la Repubblica – il servizio pubblico contiene, allora avranno molte possibilità di dimostrarlo con i fatti.