La crisi europea si aggrava. Dopo Grecia, Portogallo anche la Spagna è stata costretta a chiedere aiuto a Bruxelles. A Madrid arriveranno 100 miliardi di euro per ricapitalizzare le sue banche. Secondo i più pessimisti è solo questione di tempo e poi anche l’Italia sarà costretta a chiedere aiuto. Ma è proprio così? E l’Europa è ancora in grado di sbrogliare la matassa di una crisi che sembra farsi ogni giorno più ingarbugliata? Pier Carlo Padoan, oggi vice segretario generale e capo economista dell’Ocse e in passato direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale per l’Italia nonché consulente della Banca Centrale Europea e della Commissione Ue dice di sì. Come prima cosa gli abbiamo chiesto un giudizio sulle misure messe in campo per aiutare la Spagna….

Innanzitutto è importante che l’Europa abbia dato un segnale forte perché questo, almeno per ora, ha fugato i dubbi che non fosse in grado di rispondere. Le risorse di cui si parla sono significative anche se non sappiamo ancora quale sia il reale fabbisogno delle banche spagnole. E’ importante notare che si tratta di un accordo nuovo e diverso rispetto a quelli che avevamo visto sinora. I fondi dovrebbero infatti essere destinati specificatamente alla ricapitalizzazione delle banche. Diventa allora fondamentale definire con chiarezza un punto, ossia che i soldi devono andare solo alle banche che una volta superata l’emergenza siano in grado di camminare da sole. Non si tratta cioè di coprire perdite a fondo perduto, altrimenti sarebbero solo soldi buttati. Su questo tema mi preme poi sottolineare un altro aspetto anche alla luce dei tanti commenti che si sono visti in questi giorni. E’ ovvio che senza crescita non si esce dalla crisi. Tuttavia avere un sistema bancario che funziona è una condizione necessaria, sebbene non sufficiente, per ottenere questa crescita. Il sostegno al sistema bancario deve far parte di una strategia più ampia di risanamento e crescita ma rimane indispensabile.

I più pessimisti sostengono che sia solo questione di tempo e poi, dopo la Spagna, toccherà all’Italia chiedere aiuto. E’ davvero così? 

Possiamo “giocare” a fare la classifica dei paesi più rischio. La verità è però che la situazione italiana e quella spagnola sono molto diverse tra loro e questo ce lo dicono i numeri. Il problema italiano è la compresenza di un alto debito pubblico e di un bassa crescita ed è necessario aggredire le ragioni strutturali che frenano la nostra economia. Fatta queste premessa bisogna anche dire che, malgrado il debito più elevato, la condizione di finanza pubblica dell’Italia è decisamente migliore rispetto a quella spagnola. Il nostro paese è infatti molto più vicino alla stabilizzazione del debito e da questo punto di vista l’Italia è anzi tra i paesi meglio collocati tra tutti quelli Ocse. Non bisogna poi dimenticare che, per quanto è dato sapere, la situazione del sistema bancario italiano non è certamente paragonabile a quella spagnola. Anche in questo caso i paragoni sono pertanto fuori luogo.

Come fanno notare gli osservatori più attenti i mercati non puniscono tanto l’Europa quanto la “non Europa” ossia la mancanza di un progetto credibile verso una maggiore integrazione. Lei è d’accordo? 

Se l’Europa non va avanti va indietro, su questo non c’è dubbio. I passi verso l’integrazione fiscale e di bilancio sono senza dubbio necessari. Si tratta di un percorso lungo che deve però essere messo all’ordine del giorno e definito con chiarezza.

A questo proposito ritiene giustificate le critiche che vengono rivolte alla Germania troppo restia nel farsi carico dei problemi dell’Europa oppure è d’accordo con chi sostiene che non si possa chiedere ai tedeschi di accollarsi il peso degli errori altrui? 

Sulla Germania bisogna dire due cose. E’ indubbio che la Germania sia il paese che negli ultimi anni ha fatto i maggiori progressi in termini di rafforzamento dell’economia, aggiustamento fiscale e riforme. Non dimentichiamo che negli anni passati il paese ha fatto riforme del lavoro che oggi le permettono di essere molto dinamica e di creare occupazione anche in un contesto internazionale recessivo. E’ importante però aggiungere che se si ragiona in un’ottica europea non bisogna creare gruppi di paesi ma ricordarsi che l’euro è un sistema e che come tale si salva o si perde. Tutti i suoi componenti hanno pertanto una parte di responsabilità.

L’Ocse in particolare sottolinea da molto tempo come ci siano delle misure che la Germania può prendere per crescere di più, e dunque nel suo interesse, favorendo al contempo una riduzione degli squilibri presenti in Europa. Potrebbe ad esempio liberalizzare il settore dei servizi e quindi mobiliare investimenti interni che ridurrebbero il grande avanzo delle partite correnti. Dovrebbe inoltre favorire, come in parte sta avvedendo, un aumento dei salari. Il paese se lo può permettere visto che la sua produttività è in crescita e così facendo favorirebbe la competitività degli altri paesi dove gli stipendi risulterebbero, in termini relativi, ancora più bassi.

In quest’ottica bisogna ricordare che lo scorso 21 maggio il sindacato dei metalmeccanici tedeschi IG Metall è riuscito ad ottenere un incremento delle buste paga del 4,3%… 

Questo è in sintonia con il processo virtuoso di cui parlavamo e va dato atto alle parti sociali tedesche muoversi in linea con questo disegno. La Germania non deve essere demonizzata, sta già subendo moltissime pressioni, ma c’è una cosa che è giusto ricordare a Berlino: resistere troppo prima di prendere una decisione aumenta il costo di questa decisione. Se guardiamo agli ultimi due anni, vediamo che l’Europa si è fatta molto male da sola prendendo delle decisioni tardive e insufficienti. Con il senno del poi se avessimo preso queste decisioni un anno fa avremmo risolto molti dei problemi che ci affliggono oggi

Giudica preoccupanti i segnali di rallentamento economico che giungono dai paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) o, tutto sommato, si tratta di pause fisiologiche e anche salutari dopo anni di corsa?

Ci sono entrambi gli aspetti perché i casi sono molto diversi. Negli ultimi anni questi paesi hanno tenuto a galla l’economia globale e di questo dobbiamo essere riconoscenti. Nello specifico il rallentamento dell’India appare significativo mentre quello della Cina è molto più modesto. Il Brasile sta a sua volta frenando bruscamente. Va comunque ricordato che tutti questi paesi dispongono di margini di manovra per politiche fiscali e monetarie a sostegno della crescita e stanno cominciando ad usarli.

Al di là dell’emergenza del momento non pensa che senza un ridefinizione del modello di sviluppo queste crisi siano destinate a ripetersi in maniera sempre più profonda e frequente? Vorrei riferirmi in particolare al forte incremento delle diseguaglianze e alla penalizzazione dei redditi da lavoro che ha caratterizzato molti paesi occidentali dagli anni ’80 in poi…

E’ molto importante che il tema delle diseguaglianze venga messo in cima alla lista delle politiche economiche. Posso aggiungere che all’Ocse stiamo avviando una riflessione a tutto campo su come diseguaglianza e crescita interagiscono e su cosa questo significhi in termini di politiche economiche. Ritengo che nella definizione delle politiche economiche non si possa più pensare solo alla crescita ma che si debba guardare anche alla sostenibilità e alle diseguaglianze come a variabili che hanno pari dignità. Dobbiamo puntare ad una crescita più armonica e questo significa tra l’altro chiedersi se alcune delle misure che la stessa Ocse raccomanda non debbano essere esaminate più attentamente valutando anche gli effetti che possono avere sulla diseguaglianza.