E’ un numero, il 194, quello che in Italia definisce una delle leggi più in bilico tra tutte quelle che i movimenti delle donne hanno conquistato: la legge che regolamenta l’interruzione di gravidanza.

Il verbo più di frequente usato dalle femministe nei confronti del provvedimento non a caso è: ‘difendiamo’.

Sì, perché da quando, il 22 maggio del 1978 la legge è stata promulgata è iniziato, senza mai finire, un calvario che ha visto susseguirsi decenni di attacchi, diretti o trasversali, alla possibilità delle donne italiane di autodeterminarsi in materia di maternità e non maternità. Quindi di attacchi ad una legge che, per quanto di certo perfettibile, in molti Paesi ci invidiano.

Prima del 1978 in Italia, (come oggi ancora in Europa accade alle donne irlandesi, per esempio), era proibito abortire. Si andava in galera, sia la donna che il personale medico coinvolto, se non si moriva per setticemia, procurata da rimedi casalinghi per indurre una reazione di espulsione del feto dall’utero: spilloni da calza, intrugli di prezzemolo, altri metodi allucinanti e pericolosi dei quali è meglio tacere.

Prima del 1978 le più fortunate e informate si potevano rivolgere ai centri di assistenza organizzati dai primi gruppi femministi e dagli attiviste e attiviste del partito radicale, che allora pianificavano viaggi all’estero per portare le donne a interrompere la gravidanza oltralpe, principalmente in Inghilterra, dove invece abortire era possibile.

Un vecchio adagio femminista recita che “se l’aborto riguardasse i maschi sarebbe un sacramento”. Ciò che è certo è che da quando c’è la legge in Italia è tutto un affannarsi, da parte delle destre e dei cattolici integralisti, nel difendere la vita, riferendosi ovviamente a quella di chi ancora non è nato, mentre la vita dalla quale si nasce vale molto di meno, e soprattutto può tranquillamente passare in secondo piano.

L’aberrazione di questa visione, che di fatto vorrebbe relegare il corpo femminile ad una mera condizione di contenitore biologico per la riproduzione, si è spinta di recente anche a questo: un gruppo di cattedratici delle Università romane ha sostenuto che è dovere del medico rianimare i feti anche se frutto di aborto volontario, e quindi anche contro il volere della donna. Il pronunciamento è uscito sulla stampa nazionale nel febbraio del 2010, e ha seguito di poco altri gesti, come i funerali ai feti, l’accusa di omicidio pronunciata dal giornalista e aspirante parlamentare Giuliano Ferrara contro le donne che scelgono di abortire, passando al mai smentito anatema di peccatrici lanciato dalla Chiesa. Eppure la legge 194 non è certo una legge permissiva, e soprattutto non ha nulla di simile a quell’orizzonte progettato dai Radicali negli anni ’70, secondo i quali l’ideale sarebbe stata la pura e semplice depenalizzazione. I movimenti delle donne non hanno mai chiesto leggi escludenti, né per la regolamentazione dell’interruzione della gravidanza, né per la procreazione assistita. Il principio è sempre stato quello di permettere, laddove ce ne fosse il bisogno, che il soggetto femminile potesse accedere a dei servizi. L’amore si fa in due, ma fin qui nella maggioranza dei casi è solo la donna a dover medicalizzare la sua potenzialità riproduttiva.

In attesa di una rivoluzione che veda anche l’altra metà della popolazione (quella maschile) assumere la sua parte di responsabilità nella sfera sessuale è troppo chiedere che, in caso di esiti non previsti, non si debba anche ricorrere a pesanti e pericolose operazioni, ma preferire per esempio la pillola del giorno dopo? La stessa legge 194 (articolo 15) prescrive che si continuino a cercare le soluzioni migliori perché l’aborto si ricorra il meno possibile all’aborto.

La legge indica con precisione un percorso netto, alla fine del quale è la donna comunque a prendere la decisione, e l’ultima parola è la sua, anche se nel tragitto le si affiancano altre figure. Ma nemmeno questo sembra essere sufficiente, per chi ritiene che le donne siano cittadine adulte di dubbia responsabilità: per quei cattedratici romani, infatti, prima viene sempre e comunque la vita di qualcun altro, anche se quella donna non vuole essere, almeno in quel momento, madre. E, come è chiaro anche dagli ultimi sviluppi, c’è da giurare che non sia finita qui.