La tragedia del terremoto è stata mio malgrado pretesto per un post su Sgarbi e sulla sua conosciuta incontinenza verbale a danno, per l’occasione, di altre popolazioni che avevano patito lo stesso dramma delle zone dell’Emilia. Il titolo, che esemplificava ironicamente l’abitudine, neppure troppo originale, con la quale Sgarbi usa etichettare coloro che per ventura non si trovano allineati col suo pensiero, non deve essere sfuggito al professore o a chi gli vuole bene.

Senza darmi della capra, segnale di discontinuità, ha replicato alle mie parole dalle colonne de Il Giornale, riservando al mio ultimo post una buona metà della sua rubrica dall’originalissimo titolo di Sgarbi settimanali.

Sono rimasta qualche giorno in dubbio se raccogliere la sua replica stizzita (con il rischio fondato di ricevere altri commenti di lettori sull’inutilità di interessarsi ad un personaggio come lui), ma rivederlo ospite a Servizio Pubblico mi ha convinto del fatto che, anche volendo spegnere il televisore, Sgarbi vive e vegeta comunque in mezzo a noi, anche senza che io me ne interessi.

Con la coscienza di non essere determinante, passo dunque a segnalargli le numerose omissioni e imprecisioni del suo pur breve scritto. 

  1. Non sono giornalista. In attesa di diventarlo, non nascondo che l’essere annoverata “tra le penne faziose, incapaci di leggere e di riconoscere l’evidenza dei fatti” rappresenti per me più una medaglia che, per la natura di chi mi ha indirizzato la critica, un motivo di contrizione. Quel che mi incuriosisce della sua premessa è però quello “straripante affetto per ladri e pericolosi imbecilli” che vorrebbe spiegare la mia scarsa obbiettività, ma che denuncia invece quanto poco Sgarbi sia riuscito veramente a capire del mio post.  

  1. Possibile che il colto Sgarbi non conosca il motto “excusatio non petita, accusatio manifesta”? Scrive infatti che mi sarei “eccitata a garantire l’indimostrata mafiosità di don Pino Giammarinaro” (quando nel post in questione di Giammarinaro raccontavo soltanto che era lo sponsor per l’elezione di Sgarbi, come ha ammesso egli stesso più volte), non accorgendosi di essere lui, non io, a sollevare dubbi sulla contiguità del personaggio alla criminalità organizzata. 
    E non perché non sapessi che Pino Giammarinaro ha patteggiato per i reati di peculato e concussione o della sua amicizia con i cugini Ignazio e Antonino Salvo (e altre circostanziate amenità). Semplicemente non credevo fosse quella l’occasione per parlarne. 

  2. Non è che Il Giornale ha più lettori aquilani di quanti non ne abbia Libero? É questo che mi sono chiesta leggendo la nuova opinione di Sgarbi, secondo cui la mancata ricostruzione del capoluogo abruzzese non è (più) imputabile ai suoi abitanti. Peccato che, sul quotidiano diretto da Belpietro, fosse stato riportato l’opposto, come citato nel mio ultimo post. È facile fingere di argomentare, in realtà modificando quel che altrove è stato affermato.

  3. Quanto all’ennesima riproposizione della lettera anonima su Don Puglisi, ricordo che Giancarlo Caselli ha dichiarato di non aver mai avuto la fortuna di conoscere il prete di Brancaccio. E che il contenuto di una lettera anonima dovrebbe essere verificato, prima di essere letto durante una trasmissione televisiva. Se non altro per evitare di farsi condannare per diffamazione in primo e secondo grado (salvandosi grazie alla prescrizione) o a dover abiurare pubblicamente quel che si è veementemente affermato.

  4. Per la lettera anonima, pur non convincendomi, ha voluto scrivere, dissentendo. Ma della condanna per truffa ai danni dello Stato, per il suo assenteismo, non trovo traccia nella replica. Che almeno su questa sia d’accordo?

  5. So bene che la qualità di un programma televisivo non si misura sugli ascolti, ma sulle idee, ma “Ora ci tocca anche Sgarbi” non reggeva né uno, né l’altro. Perché aggiungere ad un format come “Sgarbi quotidiani”, di invettiva sterile, il sottofondo di musica classica e la scenografia con colonne e capitelli, non garantisce che la nuova trasmissione si possa catalogare automaticamente in programma culturale, al quale si potrebbero perdonare dati di share non esaltanti.

Sgarbi conclude spronandomi: “Provaci ancora”. Lo farò senz’altro. Anche se non ho bisogno del permesso di chicchessia, men che meno del suo, per continuare a scrivere quel che penso.

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