Che Angela Merkel abbia scoperto l’italico “benaltrismo”, come via di fuga per sottrarsi alle pressioni dei partner europei e di Barack l’americano?

Il dubbio è lecito, anche se chissà come suona male in tedesco il concetto. Spinta verso forme di Unione economica, che vuole dire mettere in comune le risorse, la Merkel risponde rilanciando l’Unione politica fra quei Paesi che sono disposti a realizzarla (un altro esempio di geometria variabile in un’Unione ormai troppo complicata per i teoremi d’Euclide). E mica alle calende greche: subito, al Vertice europeo di fine mese. “E, adesso, venitemi a stanare, se avete il coraggio”, sembra dire la cancelliera che, prima di tentare di fare bingo, aveva già tastato il terreno sponsorizzando l’idea dell’elezione a suffragio universale del presidente della Commissione europea, magari da fare coincidere con il presidente del Consiglio europeo.   

Presi in contropiede, i partner abbozzano. E chi le dice di no, alla Merkel, su una cosa che, a parole, tutti dicono da sempre di volere? Tutti, o quasi: i britannici e ora i cechi e pure gli ungheresi, no; e ai francesi l’idea di cedere sovranità dà l’orticaria. La Commissione europea si allinea, ma accenna un moto d’impertinenza: “Noi lavoriamo per l’unità dell’Europa e, allo stesso tempo, facciamo il necessario per l’eurozona”. Quasi un modo per adombrare il sospetto che la Germania faccia fughe in avanti sull’Unione politica, ma si sottragga, poi, alla bisogna per salvare la Grecia senza gettarla sul lastrico e ancorare all’eurozona la Spagna e l’Italia.   

Proprio l’Italia, che dell’Unione politica è sempre stata fiera paladina nei discorsi, e pure nei fatti, per quanto simbolici, in tutti i passaggi dell’integrazione? Il ministro Enzo Moavero, a Bruxelles per un convegno, dice: “Siamo assolutamente attenti e positivi” di fronte alla prospettiva di “una Unione politica rafforzata” e alla possibilità “di un salto di qualità per avere più Europa”, perché – spiega – “il futuro dell’Italia è in Europa”. Persino il premier britannico David Cameron condivide, con la Merkel, l’idea che il Patto di Bilancio non basta a trarre l’Ue e l’euro d’impaccio: i due leader avvertono che “per uscire dalla crisi ci vorranno anni”, ma il britannico pensa soprattutto a strumenti liberisti e mercantilisti, non certo a una maggiore integrazione.

Però, il problema, di qui alla fine del mese, cioè al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, non è avere più Europa, ma avere ancora l’euro e l’Ue. O, meglio, averli ancora intatti, senza la fuoriuscita, o l’espulsione, della Grecia e senza implosioni altrove. Da giorni, tutti insistono con la Merkel perché il Vertice di fine mese meriti davvero la qualifica di “Vertice della Crescita”. E le pressioni continueranno nei prossimi giorni, bilaterali e multilaterali: in particolare, al G20 di Los Cabos in Messico, che il presidente Usa Barack Obama sta preparando con un pressing sull’Europa (e in particolare sulla Germania), e al Quadrangolare di Roma il 22 giugno.   

Al Consiglio europeo, è però escluso che si arrivi a un accordo sugli eurobond (Francia e Italia, ormai, s’accontentano del fatto che l’idea resti sul tavolo) e pure su un ampliamento dei poteri della Banca centrale europea, che continuerà a essere una vestale dell’inflazione. Passeranno, invece, l’Unione bancaria, a garanzia della solidità degli istituti di credito, e i project bond per finanziare sul mercato investimenti in infrastrutture utili allo sviluppo e alla ripresa.   

Impossibile prevedere, nell’incertezza sull’esito del voto in Grecia il 17 giugno, se un accordo così circoscritto basterà a calmare le acque. Ma certo, quasi per assurdo, la continuità del governo Monti in Italia appare più garantita dal perdurare di uno stato di fibrillazione in Europa – nessuno vorrà scalzare il premier, se la casa ancora brucia – che da un’intesa pacificatrice (se l’incendio è domato, si può pure cacciare il pompiere).   

Se questa è l’ottica, una mano a Monti la dà oggi una delle tanto vituperate agenzie di rating, Fitch, che declassa il debito sovrano spagnolo da A a tripla B, con outlook negativo: l’agenzia stima che servano tra i 50 e i 60 milioni di euro per ricapitalizzare le banche spagnole. Il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker si sbilancia: “Siamo pronti ad aiutare la Spagna”.   

Negli Stati Uniti, il presidente della Fed si schiera al fianco del presidente Obama: Ben Bernanke afferma che la situazione europea espone l’economia americana a rischi significativi; e aggiunge che la Federal Reserve, che lo può fare, è pronta ad agire se gli stress finanziari dovessero crescere. Invece, le borse chiudono positive, con lo spread a 430, senza che sia ben chiaro che cosa abbiano mai da festeggiare: non certo le parole della Merkel, visto che l’Unione politica i mercati l’hanno sempre considerata un blablabla.

Il Fatto Quotidiano, 8 Giugno 2012