In una società come la nostra, nella quale il consumo, il consumare, sta alla base del sistema che la struttura, anche le parole non sfuggono alla bulimia generale. Nel rumore di fondo nel quale trascorriamo le nostre esistenze, appare sempre più difficile distinguere o cogliere il senso profondo che ogni parola porta con sé, le valenze dei suoi significati, le relazioni.

L’eccesso di parole – diceva Mario Luzi – nasconde spesso la scarsità di idee e dunque una debolezza di fondo, la stessa che ci pare percepire leggendo o ascoltando anche solo una minima parte di quanto oggi ci raggiunge dai media e da quello che noi stessi produciamo. Ma, al di là di questo fatto quantitativo, che comunque può avere anche lati positivi, quello che a mio avviso dovremmo considerare con più attenzione è il fatto che, proprio come gli oggetti, se usate eccessivamente o senza riguardo, le parole si consumano.

Basti pensare, per esempio, alla scelta di chiamare un partito ‘Forza Italia’ o, ancora di più, l’uso berlusconiano della  parole ‘amore’, un uso politico-populistico che ha praticamente svilito i già delicati significati di quel sostantivo. Sarebbe interessante fare una sorta di inventario sugli scippi delle parole, così da sperare, come in un’oasi di protezione faunistica, di recuperane l’uso. I media poi hanno il ricorrente vizio di consumarle gettandosi a capofitto su particolari verbi, motti, definizioni così che, nel tentativo di sintetizzare la complessa catena dei significati che essi veicolano, finiscono invece per produrre soltanto superficialità e scorie verbali. Dal ‘tracimare’che improvvisamente ci perseguitò per tutta l’estate dell’87 dopo l’alluvione in Valtellina, fino ai ‘senza se e senza ma’ passando per ‘le tasche degli italiani’e per le molte altre espressioni come queste e che, pur se parzialmente, danno un’idea di come si possa produrre spazzatura anche attraverso l’uso delle parole. Viene allora in mente una famosa poesia di Montale, Le Parole, appunto, che non a caso, per mano di un poeta, vale a dire di chi conosce il peso e la delicatezza del linguaggio, dice:

le parole/non sono affatto felici/di essere buttate fuori/come zambrocche e accolte/con furore di plausi e/
disonore;/le parole/preferiscono il sonno/nella bottiglia al ludibrio/di essere lette, vendute,/imbalsamate, ibernate;/le parole /sono di tutti e invano/si celano nei dizionari/perché c’è sempre il marrano/che dissotterra i tartufi/più puzzolenti e più rari;