“Un vincitore è un sognatore che non si è arreso”. (Nelson Mandela)

Che senso può avere investire in un futuro che appare sempre più espropriato da spietate forze economiche-finanziarie ‘canaglia’? Possiamo ancora sognare un futuro radicalmente diverso per noi stessi e il mondo in un momento di crisi dolorosa e di prospettive incerte? Sì, certo! Per almeno due motivi, che non concedono alibi a pessimismi.

Il primo è che, contrariamente a una retorica ufficiale, sia di destra che di sinistra, quasi tutti gli indicatori di qualità della vita segnalano incontestabilmente forti progressi nel mondo. In termini relativi e assoluti vivere ora in Europa orientale, Asia, Africa, Sud America, è incomparabilmente meglio che in passato. Diminuzione della mortalità neonatale: se nel mondo ancora muore un bambino ogni tre secondi, un secolo fa ne moriva uno al secondo; in 120 anni abbiamo assistito a una diminuzione della mortalità neonatale del 75%, di cui il 50% dal 1960 al 2006. Aspettative di vita media globali: sono quasi raddoppiate, dai 35 anni del 1900 ai 66 del 2000, e maggiormente nei paesi in via di sviluppo. In Medio Oriente e Nord Africa tra il 1962 e 2002 si è registrato un aumento da 45 a 69 anni. Istruzione: la percentuale di africani sub-sahariani capaci di leggere e scrivere è aumentata da meno di un terzo a due terzi della popolazione adulta nel solo ventennio 1970-1999 (Fonte Google Scholar). La Felicità media globale (Easterlin e Sawangfa) è nettamente aumentata nel mondo, e certo l’Occidente non ha contribuito ad alzare la media.

Per brevità risparmio tanti altri indici, ma i progressi valgono anche per la salute, l’accesso alle infrastrutture e altro. Questi dati sono stati riassunti, ad esempio, da Charles Kenny, tra i più autorevoli economisti dello sviluppo, presso il Center for Global Development.

Il secondo motivo è che abbiamo abbastanza potere e buoni margini per ‘smarcarci dai poteri forti. Cosa rende forti i ‘poteri forti’? Il nostro consumo acritico. Non è così difficile liberarsene, su molti fronti. Cito alcuni comportamenti di molti e alla portata dei più, all’interno dei nuovi stili di vita:

– Iniziare a mettere i nostri (pochi) soldi nelle banche più responsabili o storicamente impegnate in programmi sociali (vedere Bnl), in finanza e fondi etici a performance sociale, invece che in prodotti finanziari qualsiasi o semicriminali.

– Curare prevenzione e qualità dell’’alimentazione diminuendo molti farmaci spesso superflui.

– Consumare più prodotti a Km 0 e meno carne: secondo la Fao, occorrono da 13.000 a 15.000 litri di acqua per produrre un chilo di carne industriale.

– Lasciare il più possibile l’auto privata per smarcarci dalla tirannia di petrolieri, assicurazioni, costruttori di automobili, accise, e impuntarci per avere piste ciclabili (e biciclette elettriche: fantastiche!), più mezzi pubblici e diffusione di decenti car sharing e car pooling.

– Lavorare sul risparmio energetico casalingo: lavatrici e lavastoviglie a minor impatto, lampadine a basso consumo.

– Acquistare bio e/o equo e solidale (vedi Fairtrade, AltroMercato) o prodotti della legalità (vedi i prodotti alimentari di Libera e delle sue cooperative): non necessariamente più costosi soprattutto se in gruppi di acquisto.

– Fare un po’ di attenzione a dove vengono prodotte le cose che acquistiamo e alla responsabilità sociale delle aziende (vedi anche la storica ‘Guida al consumo critico’ di Franscesco Gesualdi). Comprare qualche volta nei ‘charity shop’ o nei mercati del baratto.

– Limitare i videogiochi e la peggiore televisione, informiamoci su più fonti, anche estere.

– Parlare di più con i bambini e i ragazzi in famiglia. Far passare più chiaramente i nostri valori genitoriali, a partire da stimoli su riviste, film, giornali, libri.

– Votare chi pone le tematiche ambientali e di responsabilità sociale al centro dei propri programmi.

– Senza eccessivi perfezionismi e se ci va una bella bistecca una tantum, godiamocela!

La vera domanda è: cosa ci impedisce internamente di adottarli? Molti sempre di più, anche manager di aziende, fanno la scelta di passare al no-profit e lavorarci, per impegno e ricerca di senso, guadagnando spesso meno ma con grande entusiasmo. Senza dover fare scelte così radicali, ognuno può fare le proprie senza ulteriori indugi e chiedersi: da dove inizio?