No, non deve essere stato davvero un buon inizio di giornata per Mario Monti. La lettura dei principali giornali, il rito che presumibilmente precede tutti gli altri impegni quotidiani, non ha riservato oggi una bella sorpresa al premier italiano, finito sotto attacco tanto in casa quanto fuori. A muovere le critiche ci hanno pensato quasi all’unisono il Corriere della Sera, in un articolo a quattro mani di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, e il Financial Times, in un editoriale firmato Guy Dinmore. Critiche evidenti, dirette, che prendono di mira l’operato del governo esprimendo senza mezzi termini una profonda delusione.

Giavazzi, che non è nuovo alle stoccate nei confronti di Monti, e Alesina vanno al cuore del problema fin dalle prime battute. “La direzione è sbagliata”, titola il Corriere, e il perché lo si capisce nelle righe seguenti. “Il provvedimento più importante che il governo si appresta a varare riguarda le infrastrutture fisiche” scrivono i due, ma “non è questa la priorità dell’Italia”. “Che beneficio arreca a un’impresa risparmiare mezz’ora fra Civitavecchia e Grosseto – proseguono – se poi deve attendere dieci anni per la risoluzione di una causa civile, due per sapere da un giudice se dovrà reintegrare sul posto di lavoro un dipendente che aveva licenziato, oltre un anno per essere pagata da un’amministrazione pubblica?”. Altro che nuovi collegamenti per i trasporti, insomma, all’Italia servono “giustizia veloce, certezza del diritto, regolamenti snelli, un’amministrazione pubblica che faccia il suo dovere”. Chiaro il concetto?

Per Guy Dinmore e il Financial Times certamente sì. Il tema della burocrazia immobile, immutabile, non riformabile perché arroccata sulle sue consuetudini compare già nella prima frase. L’editorialista inglese la definisce entrenched, “in trincea”, identificandola come implicito ostacolo alle riforme promesse. Vuoi che a risolvere i problemi dell’Italia ci pensino un governo “litigioso” (squabbling) e un primo ministro troppo “concentrato sulla scena internazionale”? In queste condizioni, sospetta Dinmore, “i problemi interni dell’Italia sembrano aumentare oltre la stessa capacità di risoluzione del suo governo”.

A chiarire il concetto ci pensa una fonte vicina all’esecutivo interpellata sulla questione dal FT. “L’Italia è in mano a burocrati che lottano per contrastare il cambiamento” e anche per questo sta “perdendo l’opportunità” di mettere in pratica le riforme tanto attese. “Prima o poi – aggiunge – se ne accorgeranno anche i mercati”. Già, i mercati. All’inizio di novembre le piazze finanziarie sembravano aver scritto la loro sentenza inappellabile. Berlusconi e Tremonti avevano fallito, serviva un drastico cambio di marcia. L’auspicata riduzione dei rendimenti sui titoli di Stato e la ripresa del mercato azionario è stata abbastanza rapida ma anche di breve durata. Non c’è voluto molto per capire che quello che era stato rapidamente definito “effetto Monti” avrebbe douto essere più opportunamente ribattezzato “effetto Bce”. Finito l’effetto della liquidità a pioggia, la sfiducia si è di nuovo impossessata dei mercati. E l’Italia è tornata, quasi, al punto di partenza.

Il punto, però, è che lo stesso Monti sembra ormai troppo poco concentrato sul Paese, quasi avesse capito che di fronte alle resistenze di tanti, troppi gruppi di potere, qualsiasi velleità di riforma rappresenta una causa persa. Circa due mesi fa, il Wall Street Journal aveva paragonato il premier italiano alla lady di ferro Margareth Thatcher, evidenziandone “l’opportunità di educare gli italiani sulle riforme economiche”. Erano i giorni del dibattito sul lavoro e l’articolo 18, quella riforma che, sostennero alcune fonti del governo sarebbe valsa “200 punti di spread” (anche se nessuno era grado di motivare tecnicamente il nesso). Oggi la riforma del lavoro “procede lentamente” e la delusione si impossessa del Financial Times.

L’impressione, insomma, è che Mario Monti sconti su più fronti il momento negativo del Paese. Se oltremanica gli si rimprovera soprattutto l’incapacità di promuovere una vera riforma del lavoro, la stampa di casa gli contesta l’incapacità di dare una svolta di fronte al persistere di certi enormi problemi strutturali. Che si parli di licenziamenti o di privilegi della classe politica, di burocrazia, meritocrazia, crediti inesigibili o di casta in senso lato, il minimo comune denominatore resta la crescente delusione. Anche se il primo deluso, forse, è proprio Mario Monti.