Israele deve rilasciare immediatamente i prigionieri palestinesi in prigione sulla base di ordine di detenzione amministrativa oppure accusarli formalmente e processarli rispettando gli standard internazionali. E’ questa l’alternativa secca contenuta nel rapporto di Amnesty International denominato “Affamati di giustizia: Palestinesi detenuti da Israele senza processo”, che l’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani ha diffuso oggi.

Il rapporto si concentra su un particolare aspetto della “giustizia” israeliana verso i palestinesi, quello cioè della detenzione amministrativa. Si tratta di un retaggio dei tempi del Mandato britannico sulla Palestina storica e consente di arrestare qualcuno e tenerlo in prigione senza che ci sia una sentenza ma solo un ordine amministrativo delle autorità militari. Nelle prigioni israeliane, secondo Amnesty, ci sono al momento almeno 308 persone in questa situazione, tra cui 24 membri del Consiglio legislativo palestinese, compreso lo speaker Aziz Dweik, attivisti per la difesa dei diritti umani, come Walid Hanatsheh, studenti e professori universitari. Contro questa pratica sono attive anche le organizzazioni israeliane per la difesa dei diritti umani, come B’Tselem, l’Association for civil rights in Israel (Acri) e HaMoked, oltre a quelle palestinesi come il Palestinian Centre for human rights.

La tragica peculiarità della detenzione amministrativa è che l’ordine militare può essere rinnovato indefinitamente, di sei mesi in sei mesi, senza che il detenuto possa fare ricorso e senza che siano formalizzate delle accuse da cui possa difendersi. In alcuni casi, tutto ciò può durare per anni: nell’arco di 20 anni, Saleh Mohammed Suleiman al-Arouri ne ha passati nove in una prigione israeliana, senza accuse o processo, prima di essere rilasciato a marzo del 2010.

“I detenuti amministrativi, come molti altri prigionieri palestinesi – scrive Amnesty nel comunicato di lancio del rapporto – hanno subito violazioni come l’uso della tortura e maltrattamenti durante gli interrogatori. In più, i detenuti amministrativi e le loro famiglie devono vivere nell’incertezza di non sapere quanto a lungo saranno privati della libertà e per quali ragioni siano detenuti”. Questa incertezza si aggiunge alle altre restrizioni imposte dalle autorità israeliane, e in particolare dall’Israel Prison Service, per esempio in fatto di visite dei familiari, uso dell’isolamento, condizioni di detenzione. Il rapporto non si limita, comunque, alle indicazioni sui detenuti amministrativi, ma chiede anche il rilascio immediato di tutti i prigionieri per motivi di coscienza, “detenuti solo per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione e di manifestazione”. Inoltre, Amnesty chiede anche che siano facilitate le visite dei familiari di tutti i detenuti palestinesi nelle prigioni israeliane, circa 11 mila secondo le stime correnti.

Il caso di un detenuto amministrativo, Khader Adnan e dei suoi 66 giorni di sciopero della fame, ha richiamato l’attenzione internazionale sulla sorte di questi detenuti palestinesi. Adnan, arrestato con un ordine amministrativo il 17 dicembre 2011, ha iniziato il giorno dopo a rifiutare il cibo ed ha resistito fino al 21 febbraio, quando le autorità israeliane hanno accettato un accordo, in base al quale Adnan è stato rilasciato il 18 aprile scorso. L’accordo non riguardava solo Adnan: la sua protesta e quella, iniziata nel frattempo, di Hana Shalabi (43 giorni senza mangiare, fino al 29 marzo 2012) aveva innescato uno sciopero della fame dei detenuti palestinesi che ha coinvolto fino a 2 mila persone. In base all’accordo, mediato dall’Egitto, che ha posto fine alla protesta, Israele ha accettato di facilitare le visite dei familiari, specialmente per i detenuti provenienti da Gaza, e di far cessare l’isolamento di 19 detenuti, confinati in solitudine da 10 anni.

“Nonostante le notizie dei media, secondo cui in base all’accordo Israele avrebbe rilasciato i detenuti amministrativi alla scadenza dei rispettivi ordini, le nostre informazioni dicono che, quando si tratta di detenzione senza processo o accuse, le cose vanno avanti come sempre – ha detto Ann Harrison, vice direttrice di Amnesty per il Medio Oriente e l’Africa del nord – Da quando è stato firmato l’accordo, ci risulta che Israele abbia rinnovato almeno 30 ordini amministrativi di detenzione e ne abbia emessi tre nuovi e le visite dei familiari da Gaza non sono ancora iniziate”.

Amnesty, che si oppone alla detenzione amministrativa in tutti quei paesi dove è ancora praticata (Cina, India, Sri Lanka, Egitto, tra gli altri), chiede da anni che Israele abolisca questo retaggio del Mandato britannico: “Il sistema della detenzione amministrativa era inteso in origine come una misura straordinaria da applicare contro persone che rappresentavano una minaccia immediata e concreta – ha detto ancora Harrison – Israele lo ha usato per decenni per calpestare i diritti umani dei detenuti. E’ un relitto che deve essere demolito”.

di Joseph Zarlingo