Profumo e Unicredit, una storia lunga 16 anni. Profumo e Unicredit, ancora loro. Di nuovo insieme questa volta in tribunale per rispondere all’accusa di evasione fiscale avanzata dalla Procura di Milano. Una vicenda fatta di triangolazioni e derivati che non hanno convinto a suo tempo gli inquirenti. Una storia con un nome che resta nella memoria: “Brontos”, la denominazione di un progetto finanziario che si estende tra Milano, Londra e il Lussemburgo e che fu autorizzato quando Profumo era Ad dell’istituto di Piazza Cordusio. Lo stesso in cui era entrato nel lontano 1994, quando la banca, prima della fusione, si chiamava ancora Credito Italiano.

La vicenda, ricostruita a suo tempo dal Sole 24 Ore, è particolarmente complicata. Punto di partenza una società del Lussemburgo, la LuxSub, responsabile dell’emissione di uno strano prodotto derivato conosciuto come Ppi (Profit Participating Instrument) e denominato in lire turche. All’epoca i tassi praticati sulla valuta raggiungono il 20% ovvero, in altri termini, consentono ai Ppi di offrire interessi particolarmente elevati. Questi Ppi vengono quindi venduti alla filiale di Milano di Barclays, i ricavi della vendita incassati da Luxub finiscono invece nella filiale londinese della stessa banca dove la società lussemburghese ha aperto un deposito interbancario. Il gioco prende forma in seguito quando i Ppi passano di mano a Unicredit che li acquisisce sottoforma di pronti contro termine con l’impegno a restituirli in seguito ad un prezzo concordato.

Tutto chiaro? Ovviamente no. Perché l’operazione, sostiene la procura, non produce alcun vantaggio economico se non un illegittimo risparmio fiscale. Da qui l’accusa di evasione che tutti gli imputati, per altro, respingono seccamente. In realtà, dal punto di vista dell’accusa, si tratterebbe di un’evasione sui generis. Non il semplice occultamento dei profitti, insomma, bensì una forma più criptica di elusione. La classica zona grigia, insomma, che viaggia abitualmente ai confini del lecito. Già nel 2009 la storia era stata protagonista di un’interrogazione parlamentare da parte del deputato dell’IdV Antonio Borghesi. Quest’ultimo aveva sollevato la questione chiedendo una presa di posizione da parte del Ministero dell’Economia, presieduto allora da Giulio Tremonti, e richiamando l’attenzione proprio sul tema del cosiddetto “abuso di diritto”.

Profumo lascia Unicredit nel settembre 2010 ma l’affaire Brontos non c’entra. Non gli perdonano l’apertura alla Libia e a quella scalata che consente a Gheddafi di assumere il controllo del 7,5% del capitale della banca. Lo sfiduciano di colpo e lui se ne va sbattendo la porta ma incassando anche una liquidazione da 38 milioni di euro che, sommata allo stipendio, porta il suo compenso annuale oltre quota 40 milioni. Alla fine dell’anno, risulterà il manager più pagato d’Italia battendo per distacco Sergio Marchionne, secondo in classifica con 22 milioni circa. In quei dodici mesi gli utili di Unicredit erano calati del 22% rispetto all’anno precedente.

Il grande rientro sulla scena è datato 19 marzo quando la Fondazione Monte dei Paschi lo sceglie per il ruolo di successore di Giuseppe Mussari alla guida del più antico istituto di credito del mondo. Una scelta che rilancia Profumo nel salotto buono della finanza e che soprattutto, rimescola gli equilibri politici attorno alla banca. Il presidente della Fondazione, Gabriello Mancini, gli vota contro, il Pd si spacca. A passare, si dice, la linea condivisa dal sindaco senese Franco Ceccuzzi (area ex Ds) contro quella del presidente del Consiglio regionale Alberto Monaci (area ex Margherita) il cui fratello, Alfredo Monaci, resta fuori dal Cda contro i pronostici della vigilia. Ceccuzzi si dimetterà dall’incarico due mesi più tardi dopo la mancata approvazione del bilancio comunale. Profumo, in ogni caso, è ormai al vertice dell’istituto con il compito di avviare un rilancio quanto mai difficile dopo il disastro del quinquennio 2006-2011. I titoli di Monte dei Paschi, che agli albori della gestione Mussari viaggiavano a 4,6 euro per azione, sono scambiati ora a 21 centesimi.