Dopo il terremoto, è il tempo che terrorizza. Perché non ce n’è abbastanza per salvare tutto, perché il formaggio ammuffisce, l’aceto balsamicosta uscendo dalle botti, tonnellate di frutta rischiano di andare perse. La corsa è frenetica: bisogna salvare i prodotti, vendere tutto, e farlo presto. Mentre alcuni aspettano di rientrare a casa tutti vogliono tornare al lavoro, sperando che l’incubo finisca. Lo fanno senza un briciolo di pace, affidandosi alla terra dove trovano riparo, che rischia di non produrre, che non smette di muoversi.

Passando da Motta di Cavezzo l’odore di aceto è fortissimo. Arriva ancora prima di vedere le storiche cantine dell’azienda Acetum. “È una ferita al cuore” ci dice un pensionato. Lì dentro venivano conservati e curati per anni 9 milioni di litri di aceto balsamico, anche biologico e kosher, invecchiato in botti e tini di legno. Botti distrutte, danneggiate, alcune in maniera irreparabile. “La pazienza è il nostro ingrediente principale” è lo slogan dell’azienda, in piedi dal 1906 e in pochi istanti messa in ginocchio. Come tante, troppe altre del settore.

Cesare Mazzetti, titolare dell’azienda Acetum e presidente del Consorzio dell’aceto balsamico di Modena, fa una conta dei danni: “Nella prima scossa 15 milioni, nella seconda cinque. In tutto 20 milioni di euro, soprattutto per danni alle strutture più che al prodotto. Abbiamo perso infatti 100 mila litri, che per fortuna non è tantissimo rispetto ai 93 milioni di litri prodotti dal consorzio”. Più dura la situazione pochi chilometri più in là, alla Monari Federzoni di Solara, 100 anni di storia e 35 dipendenti fermi dalla scossa del 29 maggio. Gran parte dell’aceto caduto a terra viene proprio da questa ditta: “Abbiamo perso 100 mila bottiglie di prodotto finito e molte migliaia di litri di aceti ‘invecchiati’”, spiega Alberto Guerzoni, direttore dello stabilimento. I danni maggiori li hanno subiti i prodotti agroalimentari: ortofrutta, viticoltura, riso e parmigiano reggiano.

Tra le aziende più colpite, il caseificio La Cappelletta a San Possidonio, dove sono più di 43 mila le forme cadute dalle scaffalature. Tutti sono al lavoro senza sosta per recuperare il formaggio e venderlo al pubblico: il parmigiano stagionato 12 mesi a 9 euro, o 13-15 mesi a 12 euro. “Non lavoriamo per i soldi, ma per passione, da sempre – ci dice un dipendente mostrandoci i danni – Curiamo per due anni interi ogni singola forma, e quando domenica notte ci siamo trovati davanti a questo disastro è stato un colpo durissimo”.

A vederla da fuori, sembra che non ci siano stati danni invece ce ne sono,e per almeno un milione di euro. “È un dolore immenso, pensi che la nostra produzione era di 100 forme al giorno”. Non ha tregua neanche alla Menù, azienda leader nelle specialità alimentari, a due passi dalla Haemotronic. Il magazzino computerizzato è tenuto in piedi da ruspe con longarine in ferro usate come contrafforte. “Le scatole con i prodotti alimentari, dove non c’è più la parete, rischiano di crollare – dice Giovanni, un operaio – ed è spaventoso. Mia moglie lavora lì, era presente al momento della scossa: si è trovata all’aperto, un muro intero era crollato”.

A dover fare i conti con il tempo sono anche gli agricoltori. Sono quasi 100 mila gli ettari di terreno compresi tra Modena, Bologna, Ferrara e Mantova a essere rimasti senza acqua a causa dei danni agli impianti idraulici. È Coldiretti a lanciare l’allarme, chiedendo aiuti in fretta e stimando che “servono decine di milioni di euro nell’immediato per evitare che l’arrivo di forti piogge possa provocare alluvioni nelle campagne”. Per capire la quantità di prodotti in pericolo, poi, basta pensare che l’80% della produzione della pera made in Italy si concentra lì e che la raccolta è a rischio.

Sono state dichiarate inagibili alcune zone e bloccato l’impianto irriguo di Concordia che serve 2.500 ettari di frutteti, e quello di Sabbioncello nel comune mantovano di Quingentole, che serve 18mila ettari vocati all’ortofrutta. È stata anche sospesa l’irrigazione per 26 mila ettari nel modenese, zona maggiormente colpita, dove sono presenti alcune risaie. Alla Abl, la prima azienda europea produttrice di macchine per la lavorazione delle mele, il magazzino è distrutto e le macerie hanno sotterrato pezzi di ricambio per un valore di oltre 2 milioni di euro. Le mura e il tetto sono ancora in piedi e questo basta agli operai per sperare di tornare al lavoro. “Quando c’è stato il crollo eravamo in azienda. Di solito usciamo da quella parte – dice Gianni, un operaio del posto, indicando un cumulo di lamiere – Ma appena ho sentito la scossa sono andato dall’altro lato, seguendo i miei colleghi che scappavano. Potevamo restare schiacciati”. Perché il magazzino della Abl non ha retto? “Guardate le saldature, qui mancano. Sono andati al risparmio? Magari le hanno fatte correttamente, ma di certo non per questo grado sismico”.Al fatto che si è salvato la vita Gianni sembra non pensarci. A recuperare i componenti e tornare a produrre, sì. Dal giorno della prima scossa non fa altro: visita la sua azienda, quelle vicine, incontra i colleghi e gli amici, sente se qualcuno ha bisogno e si organizza per ripartire. Perché, come ci dice orgoglioso mostrandoci un cartello, “Mirandola non s’inchina, risaliamo a bordo ca..o”.

di Sara Frangini e Giulia Zaccariello