Il futuro della Lega non può che essere in alleanza con il Pdl. A dirlo sono i disastrosi risultati delle amministrative di maggio, ma anche le affinità elettive che spingono i due partiti ad incontrarsi ciclicamente in un comune sforzo per la conquista del potere romano. Affinità che in questo periodo vengono alimentate e suggellate da incontri settimanali tra Roberto Maroni e Angelino Alfano, leader, o aspiranti tali, dei rispettivi movimenti, desiderosi di mettere in soffitta la premiata ditta Bossi e Berlusconi e ripartire con slancio verso una nuova fase del Pdl-leghismo.

Nelle scorse settimane i militanti e i quadri del Carroccio hanno ripetuto allo sfinimento la cantilena del perfetto oppositore, con battute e frecciatine dirette a tutti i partiti che sostengono il governo Monti, compreso l’ex alleato Berlusconi, colpevole di essersi appiattito sulle posizioni del nemico. Così, per molti è stata l’occasione di ribadire quello che la base mormorava da tempo: “Basta Pdl e Berlusconi, vogliamo andare da soli”. Altri, interrogati sulla possibilità di un accordo con il Pdl di Angelino Alfano, hanno risposto con maggior schiettezza: “Quello lì, con un accento così… non è possibile che la Lega faccia un’alleanza con lui”. Il neosegretario lombardo Matteo Salvini, interpellato sulle future alleanze ha confermato la linea: “Non ce la sentiamo di allearci al Pdl e al Pd che sostengono questo governo, semmai in futuro con le liste civiche”.

Insomma, nella Lega del tumulto interno, nella Lega delle spaccature e nella Lega degli scandali, tutti i militanti si sono detti convinti dell’impossibilità di un riavvicinamento con gli azzurri. Eppure sono molti gli elementi che fanno pensare al contrario, a partire dalle dichiarazioni dello stesso Roberto Maroni, che ha già avuto modo di dimostrarsi aperto al dialogo con un Pdl guidato da Alfano.

Il leader della Lega 2.0, sempre più proiettato verso la segreteria federale, soprattutto dopo che i suoi uomini (Matteo Salvini e Flavio Tosi) hanno conquistato il controllo del partito in Lombardia e in Veneto, ha chiarito che il tema delle alleanze verrà affrontato in occasione del congresso federale di fine giugno, lasciando aperto qualunque scenario, salvo poi spiegare di vedere in Angelino Alfano un interlocutore privilegiato, soprattutto in un eventuale Pdl capace di accantonare definitivamente la figura di Berlusconi. “Questo tira e molla di Berlusconi – ha detto Maroni qualche giorno fa rispondendo ai giornalisti – questo me ne vado e poi ritorno, non penso che faccia bene al Pdl e soprattutto non fa bene alla leadership di Alfano, persona che io stimo, con cui ho avuto un’ottima collaborazione e con cui io sono pronto a dialogare, però voglio capire chi comanda dentro lì”.

La sensazione è che Maroni abbia bisogno di maggiori garanzie rispetto ad un passato in cui la Lega è stata troppo piegata sulle esigenze di un alleato non sempre comodissimo: “Prima di stringere nuove alleanze – ha detto – dobbiamo pensare ai contenuti. Per noi il percorso è inverso”. Ma sul piatto vanno messi anche i ministeri pesanti (due volte al Viminale, una volta al welfare) che Bobo ha avuto la possibilità di guidare per gentile concessione di Berlusconi, che evidentemente ha riconosciuto in lui un uomo di fiducia. Un piatto ricco da cui Maroni ha attinto per anni la linfa della visibilità e del potere che ora dovrà spendere con un po’ di riconoscenza.