Secondo i recenti dati pubblicati sul libro Eating Planet, la Fao stima che nel mondo le persone denutrite sono 925 milioni, e 36 milioni i decessi all’anno (di cui 5,6 milioni di bambini) dovuti a carenza di cibo e malnutrizione. Dato che peraltro è in crescita rispetto alle precedenti stime fatte a metà degli anni ’90. 

Si tratta di un dramma che diventa ancor più insostenibile se sommato agli oltre 29 milioni di decessi all’anno riferibili in qualche modo a malattie legate alla sovralimentazione (17,5 milioni per malattie cardiovascolari, 3,8 milioni per diabete, 7,9 milioni per tumori) e al fatto che 1,3 miliardi di persone sono sovrappeso o obesi (dei quali 155 milioni di bambini). Questo è quello che viene definito il “Paradosso alimentare”. Infatti, sebbene l’attuale capacità produttiva mondiale sia decisamente superiore al fabbisogno e quindi in grado, teoricamente, di soddisfare le esigenze alimentari del pianeta, permangono, anzi aumentano, le contraddizioni: per ogni persona malnutrita ne abbiamo una in sovrappeso, per ogni morto di denutrizione ne abbiamo quasi uno per sovralimentazione.

Altro paradosso è dovuto alla sostenuta crescita economica dei paesi in via di sviluppo, che comunque non è riuscita a ridurre la portata dei fenomeni di denutrizione e malnutrizione. Anche l’allungamento della vita media sta avvenendo in modo “non sano”, in quanto l’80% degli over 65 è affetto da almeno una patologia cronica e il 50% è affetto da due o più malattie. Tutto questo ha un impatto rilevante dal punto di vista ambientale.

I calcoli stimano che il sistema produttivo mondiale è in grado di fornire 2800 calorie medie giornaliere per ciascun abitante del pianeta, a fronte di un fabbisogno reale di 2550 calorie. Se a questo si aggiunge che ancora oggi il 30% della produzione mondiale di alimenti viene distrutta o sprecata nei processi di conservazione, trasformazione, distribuzione e consumo casalingo, risulta chiaro come, con una miglior gestione delle filiera produttiva, avremmo cibo sufficienti per tutti. E questo anche nell’ipotesi di una crescita della popolazione a 9 miliardi di abitanti entro il 2050.

Questo significherebbe poter utilizzare i sistemi agricoli in modo da non compromettere la fertilità dei suoli e la biodiversità, riuscendo ad adattarci e magari a limitare i cambiamenti climatici, ricordandoci che “mangiare è un atto agricolo” e che, di questo splendido pianeta, siamo solo dei semplici inquilini e non divoratori di risorse.