La zavorra europea inizia a frenare anche gli sprinter dell’economia mondiale. Paesi come Cina, India o Brasile, che hanno continuato a correre garantendo un incremento del Pil globale del 4% anche nel 2011, mostrano ora e evidenti segni di affaticamento. In Cina l’attività manifatturiera è ormai in contrazione, in Brasile la crescita economica si è praticamente fermata (+0,2% nei primi tre mesi dell’anno rispetto ai tre mesi precedenti) mentre nello stesso periodo l’economia indiana ha registrato la peggior performance degli ultimi 10 anni. “La situazione è estremamente preoccupante” chiarisce Fabio Sdogati, docente di economia internazionale alla business school del Politecnico di Milano. “Fino a ieri, spiega, si poteva parlare di una grande divergenza nell’economia globale con Europa e in minor misura gli Stati Uniti in affanno e i cosiddetti Brics (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica) in pieno boom ma oggi non è più così”. “Evidentemente il mondo è ancora più interconnesso di quanto pensassimo” conclude Sdogati che ci tiene infine a chiarire: “La colpa di quanto sta accadendo è comunque tutta e solo dell’Europa e delle scelte irresponsabili dei suoi governi”.

La situazione che desta più preoccupazioni è probabilmente quella del Brasile. Protagonista negli ultimi anni di un vero e proprio boom che ha portato il paese al sesto posto tra le economie del mondo e permesso a 30 milioni dei suoi abitanti di entrare a far parte della classe media, deve ora fare i conti con la fine del suo momento magico. La crescita del Pil è precipitata dal 7,5 del 2010 al 3% del 2011 e nella prima parte di quest’anno l’economia si è quasi fermata. Il mese scorso l’indice Pmi elaborato da Markit per misurare l’attività manifatturiera ha inoltre toccato quota 49,3 punti, al di sotto di quella linea dei confine dei 50 punti che fa da spartiacque tra crescita e contrazione. E’ vero che il governo ha già annunciato pacchetti di stimolo per l’economia e che la banca centrale sta favorendo un deprezzamento del real brasiliano per agevolare l’export ma potrebbe non bastare. Già in tempi non sospetti gli osservatori più attenti avevano messo in luce come il boom fosse troppo legato all’aumento delle quotazioni delle materie prime di cui il Brasile è forte esportatore senza che nel paese si assistesse un vero sviluppo dell’industria locale. Ora che i prezzi di petrolio e altre commodities iniziano a sgonfiarsi i nodi vengono al pettine.

Campanelli d’allarme a ripetizione stanno suonando anche in India dove nei primi tre mesi dell’anno il Pil è cresciuto “solo” del 5,3% rispetto all’anno prima. Un dato che dalle nostre parti verrebbe accolto con i caroselli per le strade ma che a Nuova Delhi significa la peggior performance da quasi 10 anni. E poi la Cina, seconda economia al mondo con un Pil da 11mila miliardi di dollari, che sta vivendo un progressivo rallentamento della crescita. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale quest’anno l’incremento del Pil non andrà oltre l’ 8% a fronte di balzi del 10% ed oltre che avevano caratterizzato le annate precedenti. I dati dell’ufficio delle dogane mostrano infine come stiano frenando anche le esportazioni, salite ad aprile del 4,9% rispetto all’anno prima a fronte di incrementi vicini all’8% dei trimestri precedenti. Cosa ancor più grave per il resto del mondo che nella Cina trova anche un immenso mercato in continua espansione, le importazioni hanno addirittura smesso di crescere.

Come fa notare l’economista dell’istituto Ref ricerche Fedele De Novellis: “Che in questi paesi le cose non vadano più bene come prima lo si vede anche da come sono tornati ad agire sul cambio favorendo un indebolimento delle loro monete per favorire le esportazioni”. De Novellis trova però anche qualche elemento di ottimismo. “E’ vero che le importazioni frenano quasi ovunque ma almeno per ora tengono. Inoltre ci sono alcune aree come il Sud Est Asiatico che restano in ottima salute”.

C’è davvero da incrociare le dita. Nel 2008 la Cina svolse un ruolo chiave nell’aiutare l’economie occidentali a superare il trauma del crack di Lehman Brothers finanziando tra l’altro una spesa in disavanzo per quasi 600 miliardi di dollari. Se di fronte al precipitare della crisi europea non si aprisse neppure il paracadute dei Brics le conseguenze sarebbero ancora più devastanti. Si potrebbero realizzare allora anche le profezie più fosche come quella recentemente pronunciata da Standard and Poor’s. Secondo l’agenzia di rating nei prossimi 4 anni arriveranno infatti a scadenza prestiti, obbligazioni societarie e per 46mila miliardi di dollari (di cui oltre 11mila sono in Europa) contratti prima dello scoppio della crisi. Un ulteriore deterioramento della situazione economica renderebbe problematico rimpiazzare tutti i vecchi prestiti con nuove linee di credito scatenando sui mercati quella che la stessa agenzia definisce “una tempesta finanziaria perfetta”.