Uccisi e poi buttati nelle betoniere del calcestruzzo a Sant’Antimo o bruciati vivi, fatti a pezzi e sparpagliati nei cassonetti della spazzatura nel giuglianese. Con i killer che mangiano un panino mentre guardano la vittima, ancora viva, trasformata in una torcia umana, morire lentamente tra atroci sofferenze. E’ scritto nelle carte di un’inchiesta della Procura di Napoli, era la sorte che la camorra riservava a chi intendeva collaborare con la giustizia. La ‘condanna’ inflitta ai pentiti dai boss del clan Sarno, egemone nel quartiere napoletano di Ponticelli, un grumo di caseggiati popolari dove si spaccia droga a cielo aperto, fu di una violenza raccapricciante. Lo rivela il lavoro investigativo della Dda – pm Vincenzo D’Onofrio, procuratore aggiunto Rosario Cantelmo – e dei carabinieri del Gruppo di Castello di Cisterna (Napoli). Indagini che hanno consentito di far luce su una serie di ‘cold case’, delitti irrisolti da tempo, e in particolare due misteriosi sparizioni avvenute tra il 1994 e il 1998. Furono inghiottiti nel nulla Anna Sodano e Mario Scala, due affiliati di seconda fila della cosca che intendevano passare ‘dall’altra parte’. Della donna, scomparsa il 29 gennaio 1998 dall’Hotel Executive di Napoli, dove viveva in attesa di essere trasferita in un’altra località protetta, il corpo non fu mai ritrovato, e secondo alcune testimonianze fu gettato in una betoniera. Dell’uomo invece fu rinvenuto un pezzo di tronco annerito: in un primo momento si pensava appartenesse a una donna e ci fu chi ipotizzò un rito voodoo contro una prostituta africana.

Fu invece ammazzato platealmente Gennaro Busiello, compagno della Sodano (i due gestivano una piazza di spaccio al rione De Gasperi). Serviva un’esecuzione alla luce del sole, che fosse di monito per gli altri. La sorte di Busiello era segnata dal giorno del pentimento della Sodano, i Sarno lo ritenevano ‘inaffidabile’: fu fatto fuori il 18 marzo 2000 con 4 colpi di pistola calibro 7,65, voleva anche lui collaborare con la giustizia. Ucciso con lo stesso tipo di pistola anche un altro collaboratore, Giuseppe Schisa, il 18 marzo 2002. Fu consegnato ai killer dal fratello, Roberto, che fece da ‘specchiettista’ per l’agguato: intendeva così guadagnare la stima e il rispetto del clan Sarno. E’ la vicenda che dà il nome all’inchiesta: ‘Operazione Caino’.

In una moderna versione della legge del contrappasso, a disvelare le cause e gli autori dell’assassinio di alcuni pentiti sono stati altri pentiti. Ed in particolare proprio gli ex vertici del clan Sarno, sgominato dall’avanzare delle inchieste dell’Antimafia. A cominciare dai verbali della collaborazione del boss storico, Ciro Sarno detto ‘o sindaco. Le sue dichiarazioni e quelle dei fratelli sono alla base del mandato di arresto per 15 persone accusate a vario titolo di omicidio e porto illegale di armi aggravati dal metodo mafioso. Il Gip Antonella Terzi in un’ordinanza di quasi 100 pagine ricostruisce le storie delle quattro vittime: “Quattro storie maledette, quattro tragici destini di oscuri manovali del crimine, schiacciati da scelte scellerate e orribilmente sacrificati per la gloria e la sopravvivenza di quel mostro onnivoro che è stato, per troppi anni, il clan Sarno di Ponticelli”.

A trascinare la Sodano verso la morte sarà un’amica, L.P. La convince che se torna al quartiere verrà perdonata, anche se nel frattempo alcuni verbali erano stati depositati in un processo a carico dei Sarno. E’ un tranello. La Sodano verrà uccisa in auto, con alcuni colpi a bruciapelo. Il corpo ‘smaltito’ con la collaborazione di alcuni camorristi di Sant’Antimo, forse in una betoniera di un cantiere. L. P. informa i Sarno anche delle intenzioni di pentirsi del cognato, Giuseppe Schisa. Il fratello, Roberto, parteciperà al delitto. Oggi Roberto è in carcere e sotto processo per la cosiddetta “Strage del Sayonara”, inchiodato dalle accuse di altri pentiti del clan Sarno. La legge del contrappasso è caduta come una tagliola anche su di lui.

Vicende umane sconfortanti. Quando un camorrista informa Busiello che la sua compagna è stata uccisa, lui appare “rasserenato”. Proverà a rifarsi una vita con un’altra donna, ma sopravviverà solo due anni alla vendetta della camorra. Vendetta che sarà ancora più orribile per Scala, fatto a pezzi rinvenuti nel dicembre del 1998 in un cassonetto della spazzatura a Licola, alla via Madonna del Pantano nr. 115. Era ridotto così: “cadavere carbonizzato di sesso indefinito mancante di tutta la parte inferiore del bacino, braccio dx mancante dopo l’articolazione, il sx mancante completamente, con sangue regione parieto-occipitale, il cranio avvolto in una busta chiusa al collo con filo di ferro”. Serviranno ovviamente perizie approfondite per risalire all’identità di quel tronco umano. Il consulente tecnico appura che “il soggetto respirava ancora quando le fiamme si sono sviluppate”. Scrive il Gip: “Chi è di stomaco forte, veda il fascicolo fotografico in atti”.