Michael MannLa targa non era francese. Nanni Moretti, venerdì sera, è stato investito mentre guidava la sua Vespa da una Fiat 600 il cui autista lo ha subito soccorso. Portato all’ospedale romano San Camillo, è stato dimesso poco dopo. Lo spavento non viene da Cannes, né è conseguenza dei verdetti festivalieri. Eppure la battuta(ccia) è circolata: segno che a fare il presidente di giuria si rischia. È avvertito Michael Mann, il regista statunitense campione del cinema d’azione, che per la prima volta nella sua carriera è stato chiamato a fare da capoclasse alla 69esima Mostra del cinema di Venezia (29 agosto-8 settembre). Avvertito, sì… ma il “nemico pubblico” dei cineasti paludati ha ragione quasi a priori. Perché è Michael Mann. Nato a Chicago nel 1943, con una manciata di 12 titoli in 33 anni – tra cui L’ultimo dei Mohicani, Heat, Alì – è uno dei registi più idolatrati dai critici.

Forse perché non ha fatto nulla per esserlo. Forse perché non rinuncia al ritmo e allo spettacolo, fa film “di cassetta” con De Niro, Pacino, Will Smith e Tom Cruise ma è uno dei pochissimi capaci di unire il lato cerebrale e quello commerciale, la televisione e il grande schermo, i generi e la raffinatezza. Tanto che qualcuno lo ha paragonato a Kubrick. Ma, paragone eccessivo a parte, Mann è uno di quei registi necessari come l’aria per non dover scegliere tra gli autori  e la narrazione. Pur avendo studiato cinema (a Londra, in Europa) non è contaminato dal festivalismo a ogni costo. A differenza di De Palma (con cui condivide più di un tratto e che probabilmente sarà al Lido con il prossimo film) è post-moderno senza dovercela far pesare e a differenza degli americani più giovani è chic per essenza, non per ragionamento. Come Eastwood, invece, è un cineasta virile che nel cinema mette emozioni e grandi temi. A differenza di Clint, cura più lo stile: musica, montaggio, uso della macchina da presa e del digitale (l’ottimo Collateral). Mann è un regista multilivello: apprezzabile anche solo per passare due ore in sala, venerabile per chi vuole trovare riflessioni impresse sulla pellicola. Dalle serie tv negli anni Ottanta (sceneggiatore di Starsky & Hutch, produttore esecutivo di  Miami Vice), fino a quel capolavoro che è l’ultimo film, Nemico Pubblico, le cose sono andate evolvendo. I suoi (belli e profetici) primi film – come Strade violente e Manhunter – erano adorati dai carbonari della sala, dai meno fichetti che, con Don Siegel nel cuore, avevano capito che fare film di genere non era sinonimo di cinema minore. Chi aveva avuto l’occhio lungo, già allora poteva scommettere sul fatto che sarebbe diventato un re, un intoccabile. I temi e i modi del cinema classico americano (la lotta per la sopravvivenza, l’amicizia virile, l’identità che nasce dal conflitto) si fondono a un’estetica impeccabile, passata dalla tv e risorta, capace di narrare gli ambienti e perlustrare gli spazi.

Al Lido, quest’anno, non troverà sua figlia Ami in concorso (c’era lo scorso anno, con Texas Killing Fields), ma il neo-direttore Alberto Barbera che scegliendolo ha azzeccato il primo colpo della Mostra, potrebbe presentargli fior di titoli. Tra cui il film su Scientology di P. T. Anderson, il nuovo Malick e Gangster Squad (con Sean Penn e Ryan Gosling).  Tra gli italiani si parla di Soldini, Salvatores, ma soprattutto del film di Bellocchio ispirato alla vicenda di Eluana Englaro. Mann presidente della Giuria può incutere timore: fa e ama il cinema-cinema, le idee chiare girate bene. Da bravo, ottimo, americano. Ecco, quindi, che il teorema si ribalta: chi metterà in croce il suo verdetto? E tra i registi, chi vincerà per Mann il grande?

Nela foto (Lapress): Michael Mann

Il Fatto Quotidiano, 3 giugno 2012