Da Cupertino a Palazzo Marino è pioggia di tablet per tutti. La primavera ha portato un regalo ai consiglieri del Comune di Milano destinato a far discutere: un bell’Ipad in omaggio pagato dal contribuente per un costo totale di 30mila euro. I tablet piovuti in consiglio sono 35 mentre altri 13 consiglieri hanno optato per un pc portatile tradizionale (un notebook HP). La versione offerta in comodato d’uso, fino allo scadere del mandato, è la più recente: Ipad2 a 64GB con Wi-Fi e 3G che non tutti i consiglieri riescono a usare. E soprattutto, che non è configurato per gli scopi che il Comune intendeva perseguire ammodernando gli strumenti di lavoro dell’assemblea. Il loro arrivo tra gli scranni di Palazzo Marino è avvenuto quasi in sordina. Il 25 ottobre scorso sono stati presentati all’ufficio di presidenza i “desiderata” dei consiglieri e nel giro di due mesi sono partiti gli acquisti. Non si ha notizia di restituzioni in massa del gradito omaggio.

Il caso è finora sfuggito alle polemiche che avevano accompagnato invece un precedente in Regione Lombardia, quando l’ex presidente Davide Boni (Lega) aveva ordinato in un colpo 90 tablet per i colleghi consiglieri. Allora Boni fu tempestato di critiche, mentre in consiglio comunale l’operazione pare non abbia destato alcuna perplessità. Anzi, i consiglieri interpellati sul punto hanno subito chiarito che non c’è alcuno scandalo. Il leghista Antonio Morelli si è lanciato in una difesa a spada tratta del cadeau: il consigliere non è un privilegiato visto che lo stipendio arriva a 1.500 euro e “l’Ipad è uno strumento indispensabile per controllare la posta, scrivere emendamenti e leggere la rassegna stampa”. Ed è qui che si pone un altro problema. Perché il caso non solleva solo questioni di opportunità, cioè se sia normale che siano i cittadini a pagare prodotti tecnologici per far navigare e inviare mail ai propri rappresentanti. C’è anche il tema del reale utilizzo per scopi connessi all’attività dei consiglieri.

La decisione della giunta Pisapia di dotarli di strumenti di lavoro più moderni si inseriva in un più generale piano di contenimento della carta e doveva servire ad agevolare lo scambio tra amministrazione pubblica ed eletto. Peccato che i tablet non siano mai stati connessi alla rete Intranet del Comune sulla quale viaggiano gli atti dell’amministrazione stessa. A farlo notare è Mattia Calise del M5S che, pur avendo il suo tablet, ha accettato di buon grado quello pubblico e lo ha messo a disposizione dello staff del movimento. “Ho chiesto più volte come mai non venissero configurati perché senza accesso alla rete interna questi dispositivi non sono altro che comuni strumenti per la navigazione, gadget tecnologici che il consigliere può comodamente acquistare come tutti i cittadini”.

Una lancia va spezzata, però, a favore del Comune che ha cercato di contenere la spesa. E ci è riuscito, almeno in parte. A spulciare le carte si può rintracciare un contratto tra amministrazione e la società Selex Elsag Spa per la prestazione di servizi di gestione delle postazioni di lavoro dei dipendenti. Un appalto da 12,3 milioni di euro in tre anni. Ma quel contratto era precedente all’immissione sul mercato della versione Ipad2, il fornitore ne aveva solo 10 del tipo desiderato dai consiglieri. E a Milano si sa, la moda comanda e trovare l’ultimo modello diventa imperativo. Così l’amministrazione cerca altri fornitori. Alla fine è andata anche bene, perché sul mercato elettronico della PA erano presenti offerte di 100 euro più basse rispetto a quella della Selex (641,4 + Iva contro 739,9 euro + Iva). Facendo due conti il Comune ha speso 29.409 euro in tablet (dall’utilità ancora discutibile), ma ne ha “risparmiati” circa 3mila rispetto al preventivo iniziale.