Di solito, in un processo, capita spesso che siano condannati gli esecutori materiali di un reato, ma non i mandanti. Al Cairo è successo il contrario. I commenti a caldo, sulla stampa araba e nella blogosfera egiziana sono univoci: l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak e l’ex ministero dell’Interno Habib al-Adly hanno fatto da capri espiatori. Il nuovo Egitto può essere soddisfatto perché non è stata decretata la condanna a morte per l’ex rais. Così come per il fatto che l’ex raìs è finora l’unico leader deposto dalle Primavere arabe ad aver affrontato il giudizio in patria: il tunisino Ben Alì è in un esilio dorato in Arabia Saudita; Gheddafi e finito sotto i colpi di un’esecuzione sommaria. Gli scontri scoppiati fuori dall’aula del tribunale, almeno 20 i feriti,  testimoniano però l’amarezza e la rabbia con cui gli egiziani hanno accolto il verdetto. Non per un senso di vendetta, quanto piuttosto per la paura. La paura che, con una sentenza così pilatesca, i giudici abbiano assecondato gli interessi di quei settori del regime che non vogliono essere “ex”. Non a caso i primi slogan urlati dagli attivisti e dalle famiglie delle vittime presenti in aula erano rivolti contro la magistratura: un settore chiave finora ben poco toccato dal rinnovamento. Tra quindici giorni in Egitto si vota per il secondo turno delle presidenziali. In lizza ci sono due candidati, Ahmed Shafiq e Mohammed Mursi.

Ci sono pochi dubbi sul fatto che la sentenza di oggi tirerà la volata a Mursi, candidato dei Fratelli Musulmani, la forza “storica” di opposizione, che ancora può giocare la carta dell’essere stata sempre anti-establishment, nonostante i compromessi degli ultimi mesi con la Giunta militare. L’altro, Shafiq, è stato primo ministro con Mubarak e per molti rappresenta quella continuità ribadita dal verdetto di oggi. La prospettiva di avere Alaa e Gamal Mubarak di nuovo liberi, scrive più di un attivista su Twitter, è “paurosa”. Non solo per ciò che i due rampolli hanno rappresentato, ma per la possibilità che siano proprio essi a tirare le fila dei fedelissimi del regime, di quella massa di burocrati, funzionari, impiegati, soldati che dal cambio di governo e dalla fine della dittatura hanno avuto solo da perdere. Non solo: cadute le accuse di corruzione, i settori della borghesia egiziana arricchitisi con le privatizzazioni (di cui Shafiq è stato uno dei sostenitori attivi) e con la malversazione sistematica, vedono aprirsi la concreta possibilità di salvare le proprie fortune private, di nuovo a spese di decine di milioni di cittadini, che stanno pagando il loro coraggio rivoluzionario anche con una crisi economica che ha pochi precedenti nella storia recente dell’Egitto e rischia di esacerbare le tensioni sociali e politiche.

Cosa succederà ora, nei prossimi quindici giorni? La sentenza di oggi potrebbe facilmente spingere anche i rivoluzionari “laici” a votare per Mursi, pur di arginare le forze della continuità. Oppure, rafforzati da questa mezza vittoria, i settori vicini al vecchio regime cercheranno, attraverso Shafiq, il candidato rassicurante anche per l’Occidente, di riportare l’onda di cambiamento entro un corso meno dirompente. Nessuno poi dimentica che il ministero dell’interno, gestito da quei funzionari “salvati” dalla condanna di Adly, ha centinaia di migliaia di dossier nei suoi archivi, su ogni tipo di oppositore. Una miniera di informazioni, da dosare con il contagocce della convenienza politica del momento, per inquinare la vita politica del più importante e popoloso paese arabo per i prossimi anni.

Doveva essere il processo del secolo, per l’Egitto. E lo è stato, almeno simbolicamente. Non è stato invece il momento in cui poter scrivere la parola fine su un cambiamento che, per essere autentico e profondo, non può affidare solo a un’aula di tribunale e a un giudice schiacciato dal peso della responsabilità, il compito di fare i conti con gli ultimi trent’anni di storia.

Il candidato Shafiq, però, non ha nessuna intenzione di concedere la grazia all’ex raìs Hosni Mubarak nel caso in cui venisse eletto. Sulla pagina Facebook di campagna elettorale a sostegno dell’ex premier compare questo messaggio, in attesa del ballottaggio dei prossimi 16 e 17 giugno- “Siamo ansioni di sapere chi ha detto che se Shafiq diventerà presidente perdonerà Mubarak”, si legge su Facebook nel giorno in cui l’ex presidente è stato condannato all’ergastolo. “Il verdetto odierno favorisce Mursi, quindi non c’è alcun motivo di collegare la sentenza con Shafiq”, scrivono i sostenitori dell’ex comandante dell’Aviazione. “Al contrario, se ci fosse stata una sentenza più pesante oggi ci saremmo rallegrati perché Shafiq sarebbe stato il (futuro, ndr) presidente”.

di Joseph Zarlingo

Modificato da redazione web del Fattoquotidiano