Una ‘‘Do Not Kill List’’, una lista per non essere assassinati. E’ la petizione che i critici della politica anti-terrorismo di Barack Obama hanno postato sul sito web della Casa Bianca. I petitioners, molti di questi militanti dei diritti civili, chiedono una lista che i cittadini americani ‘‘possano firmare per evitare di essere messi sulla ‘kill list’ del presidente ed essere giustiziati senza giudice, giuria, processo e garanzie legali’’.

Si tratta di un’ovvia provocazione, che segue la pubblicazione di un articolo del New York Times. Secondo cui, ogni settimana, Obama personalmente decide quali sono i presunti terroristi, americani o stranieri, da eliminare. L’articolo del Times, a firma di Jo Becker e Scott Shane, rivela che Obama settimanalmente riceve una lista con le biografie dei militanti di al-Qaeda considerati più pericolosi dai servizi americani. Coadiuvato dai suoi più stretti collaboratori, soprattutto dal consigliere anti-terrorismo John Brennan, il presidente decide chi deve morire. Le decine di fonti interpellate dal ‘‘Times’’, e rimaste ovviamente anonime, descrivono un Obama particolarmente deciso e rilassato nelle sue scelte di vita e di morte. Confortato dalla lettura di Tommaso d’Aquino e Agostino sulla ‘‘guerra giusta’’, l’inquilino della Casa Bianca sarebbe convinto dell’”assoluta moralità” delle sue decisioni sui militanti da colpire in Pakistan, Somalia, Yemen Afghanistan. Si tratta, come fanno notare i gruppi per i diritti civili e molti rappresentanti dei media, di un potere ‘‘senza precedenti nella storia dei presidenti americani’’ e che contraddice apertamente la promessa fatta da Obama alle presidenziali 2008, quella di ‘‘combattere il terrorismo seguendo la Costituzione’’.

Obama si sarebbe infatti attribuito una serie di poteri cui nemmeno il suo predecessore George W. Bush era ricorso. Obama può infatti ricorrere all’assassinio di cittadini americani e stranieri anche ‘‘lontano dalle zone di guerra’’. Non c’è alcun organo che controlli le sue scelte. I presunti terroristi selezionati non hanno nessuna possibilità di ricorrere contro il loro inserimento nella ‘‘kill list’’. La discussione sui poteri del presidente si sta comunque in queste ore allargando a diverse altre questioni relative alla gestione della ‘‘war on terror’’. Ad esempio, nella strategia antiterrorismo, gli Stati Uniti stanno contando in modo sempre più esclusivo sugli attacchi dei droni. La presidenza Obama ha moltiplicato l’uso degli aerei radiocomandati (durante il week-end, un drone ha ucciso in Afghanistan Sakhar al-Taifi, numero due di al-Qaeda, mentre lunedì un altro attacco ha fatto 12 morti in Pakistan).

La scelta di eliminare i presunti terroristi attraverso i droni, ha fatto per esempio notare Dennis C. Blair, ex-direttore della National Intelligence di Obama, esclude però arresto e interrogatorio dei militanti, sottraendo quindi preziose informazioni nella lotta al terrorismo. A questo si aggiunge la questione dei morti. Per evitare l’accusa di uccidere civili nelle zone di guerra, con o senza droni, l’amministrazione Obama ha liberamente reinterpretato la nozione di ‘‘combattente’’. Per Obama e i suoi, oggi, sono combattenti ‘‘tutti i maschi di età militare colpiti nelle zone di guerra’’. Si tratta di una ‘‘ginnastica linguistica’’, che consente di nascondere la reale portata degli attacchi e delle vittime innocenti. Resta poi, sullo sfondo, il problema dell’enorme espansione che in questi anni ha avuto tutta la struttura dell’antiterrorismo USA. Lo US Special Operations Command (Usscom), l’agenzia che coordina corpi speciali e segreti come i Green Berets, gli Army Rengers, i Navy Seals, ha quadruplicato il suo budget a partire dal 2001. Oggi lo Usscom ha sui suoi libri paga circa 66 mila persone, tra militari e civili, e opera in almeno 120 Paesi. Il contributo di Obama alla struttura è stato proprio quello di renderla ben più radicata e globale rispetto a quanto aveva fatto il suo predecessore Bush. Se fino al 2008 il campo d’azione privilegiato degli agenti speciali Usa erano Iraq e Afghanistan, oggi il raggio si è esteso a molte aree di Africa, Asia e America Latina.