Roberto Formigoni s’arrocca. “Sono limpido come acqua di fonte”. Se qualche tempo fa pareva ammettere un minimo di autocritica ed evocava addirittura le dimissioni (“Se dimostrano che ho sbagliato”), negli ultimi giorni ha chiuso ogni ripensamento: “Non mi dimetterò neanche in caso di avviso di garanzia”. Come a dire che ormai se lo aspetta, magari per i primi giorni della settimana prossima, dopo la visita del papa a Milano per la festa mondiale della famiglia.
 
Nell’attesa, la sua linea difensiva è articolata in due parti. La prima è quella esterna, rivolta al grande pubblico; la seconda è quella interna, per il suo movimento, Comunione e liberazione. Il perno della difesa pubblica è una sfida: provate a dimostrare, cari pm, che ho favorito il faccendiere Pierangelo Daccò. Ormai non tenta neanche più di smentire i viaggi, le vacanze (“di gruppo”), le cene da gran gourmet, i resort esclusivi ai Caraibi, le estati in yacht. All inclusive: compreso altarino in barca. E tutto a spese di Daccò. Centinaia di migliaia di euro. In biglietti aerei, conti pagati, barche a disposizione. La “Ojala” (usata nell’estate 2007) vale un pagamento di 144 mila euro, scritti nero su bianco su un contratto incautamente stilato dai consulenti di Daccò e mai fatto valere per l’incasso. L’“Ad Majora” (usata negli anni seguenti) ne vale 50 mila al mese, ossia 200 mila per stagione. Regali di un amico, lascia eventualmente intendere – pur senza ammettere niente – il presidente della Regione Lombardia. “Il penale non c’è, in questa storia”, ha dichiarato tranquillamente.
Il “penale” c’è se c’è un contraccambio: Daccò paga, Formigoni gli concede quello che vuole. Cioè atti di favore della Regione per i suoi “clienti”: Fatebenefratelli, San Raffaele e soprattutto Fondazione Maugeri, che paga profumatamente (almeno 70 milioni di euro, ammette Daccò). Ora: è pacifico che San Raffaele e Maugeri abbiano ricevuto benefici milionari grazie alle “consulenze” di Daccò. Ma queste sono legittima attività di lobby (come sostiene il faccendiere) o pagamento della corruzione (come dice la procura)? Per rispondere, i pm dovranno esibire la prova che Daccò ha ottenuto delibere regionali (sui “progetti non profit”, sulle “funzioni non tariffate”…) teleguidate dai suoi soldi. E allora dovranno essere coinvolti anche i funzionari (dal direttore generale Carlo Lucchina alla dirigente della programmazione sanitaria Alessandra Massei).
Più sotterranea e difficile la difesa sul fronte interno. Ormai don Julián Carrón, il gran capo di Cl, ha parlato. E ha diviso le sorti del movimento da quelle dei suoi esponenti che fanno politica. Ma Formigoni non fa alcuna autocritica. Nessun passo indietro. Perché sa che comunque dentro il movimento continuano a valere due principi. L’ossessione della “presenza”, cioè il chiodo fisso di don Giussani, contro la fede come fatto privato, di rendere ad ogni costo concreti e visibili nel mondo – ossia nella politica – la Chiesa, Cristo e il suo messaggio (stravolgimento teologico del mistero cristiano dell’incarnazione). E il rifiuto del “moralismo”, ossia l’accettazione di ogni comportamento, purché serva a realizzare quella “presenza”. Vale tutto. Tutto è accettabile, dal bunga-bunga di Silvio alla vita da nababbo di Robertino.

Il Fatto Quotidiano, 31 maggio 2012

(Foto Lapresse)