Il campo per gli sfollati di San Felice sul Panaro, uno dei primi creati dopo le scosse del 20 maggio, da domani si estenderà. A oggi sono 420 le persone alloggiate, ma i volontari della protezione civile giunti da Trento stanno issando nuove tende. Se ne prevedono una ventina per poter accogliere, forse, fino ad altri duecento sfollati. Qualche difficoltà ancora per gli approvvigionamenti alimentari. I supermercati sono chiusi, in attesa che la stabilità degli edifici venga verificata, e per il tardo pomeriggio i volontari sperano nei rifornimenti da utilizzare nella preparazione della cena.

Otto le etnie presenti. Tra queste ci sono cittadini italiani, ghanesi, nigeriani, marocchini e cingalesi e uno dei primi obiettivi degli operatori è stato quello di sedare e prevenire eventuali tensioni legati alla convivenza forzata. Nel frattempo chi può se n’è andato, puntando soprattutto per i lidi ferraresi e la costa romagnola. Oltre un migliaio circa le persone che hanno abbandonato San Felice, Rivara e Finale dove i soccorsi continuano e i ritardi principali vengono lamentati a proposito dell’energia elettrica, a causa di numeri verdi che non sempre sono in grado di comunicare con tempestività gli interventi di allacciamento richiesti.

Nel frattempo allarme per la rocca estense che si teme possa crollare da un momento all’altro. Alle 17 del 30 maggio è stato sgomberato il parco adiacente per il rischio che la struttura medievale possa collassare del tutto. A  San Felice sul Panaro, uno dei due comuni che insieme a Mirandola ha rappresentato l’epicentro del terremoto, la situazione peggiora dunque. La torre dell’orologio è caduta mentre dopo le scosse del 29 maggio la rocca estense presenta crepe profonde sia lungo le torri che a ridosso del corpo principale. Ora l’ordinanza di allerta e l’arrivo dei vigili del fuoco a presidio. Altrettanto si può dire per villette in vago stile liberty che sorgono intorno alla rocca e che adesso sono cinturate da cordoni che ne impediscono l’accesso.

Arrivando invece a Rivara, frazione di San Felice sul Panaro, provincia di Modena, la percezione è che la lotta contro lo stoccaggio sotterraneo di gas naturale sia diventata una priorità. Più della chiesa sulla via principale transennata a causa dei crolli al tetto e più delle case in macerie che sempre più spesso si trovano avvicinandosi all’epicentro del sisma del 29 maggio. E a dimostrarlo la moltiplicazione nelle ultime ore di cartelli e anche di lenzuola su cui campeggiano scritte di protesta.

Centicinquanta chilometri quadrati, provate a immaginare”, dicono alcuni abitanti del piccolo centro padano. “Dovevano andare da qui a Crevalcore e passare sotto la pianura. E poi con l’acqua, migliaia di metri cubi che una volta immessi nella rete da qualche parte devono pur uscire. Cosa sarebbe accaduto se l’impianto fosse stato realizzato prima del terremoto?”

Per loro non è difficile immaginare gli effetti. Basta associarli a quelli subiti dagli edifici. Si è salvato il campanile di Rivara, da cui si sono staccati solo pezzi di intonaco ma che è rimasto in piedi dopo i lavori per il rinforzo della struttura portante. Poco tempo fa gli è stata inserita un’anima fatta di cavi d’acciaio inabissati per una decina di metri sotto il terreno. E tanto è bastato perché il campanile non crollasse.

A cascine e case coloniche invece è andata peggio. I tetti si sono seduti sui solai, a loro volta planati sui piani inferiori. Se molte delle strutture crollate sono portici sotto i quali erano ricoverati attrezzi agricoli, altre e non poche sono abitazioni di campagna, alcune anche recentemente ristrutturate, che non hanno retto al 5,9 registrato sulla scala del sismografo.

di Antonella Beccaria e Annalisa Dall’Oca