Dopo innumerevoli esternazioni fuori luogo quali le ormai tristemente famose sulla propensione degli Italiani a sedersi beatamente al sole con pizza e  maccheroni al pomodoro anziché lavorare oppure di resistere fino alla maturità in carico ai genitori, non per mancanza di lavoro, ma per una tendenza atavica a rimanere incollati alle gonne della mamma, ieri il ministro Fornero ha superato sé stessa indicando che la questione degli ‘esodati’ è un “costo della riforma delle pensioni” (testuale).

 

L’improvvida esternazione merita purtroppo una precisazione e qualche approfondimento: prima di tutto c’è l’uso distorto del termine ‘costo’ che, a logica dovrebbe intendersi, nel caso di una riforma, come l‘onere che chi attua la riforma deve sostenere per intraprenderla, insomma, una sorta di investimento. In questa accezione il costo dovrebbe essere a carico dello Stato; qui invece lo Stato ci guadagna assai, dato che ogni esodato vale alcuni anni di pensione non pagata e, lo Stato nemmeno reinvesterà i maltolti per il benessere della comunità, ma li userà per garantire l’imperterrito spreco in altre aree, se è vero, come è vero che abbiamo 61 dipendenti pubblici ogni 1000 abitanti mentre la Germania ne ha 55), che la struttura amministrativa dello stato ci costava nel 2008 il 10,9 % del PIL contro il 6,9 (sei virgola nove) della Germania e che abbiamo 10,6 studenti per docente alle elementari contro 18 in Germania, 9,7 studenti medi per docente contro i 13,7 in Germania e 11,8 studenti liceali per docente contro i 14 tedeschi.

 

Invece, con una acrobazia dialettica e, quel che è peggio, forse, di pensiero, la nostra Ministra ribalta la prospettiva e ci dice che quello che a tutti gli effetti è un danno collaterale della sua riforma, è un ‘costo’; complimenti per la confusione di concetti e per la giustificazione impertinente.

 

Secondariamente, vale la pena di fare una piccola riflessione sul senso che può avere il definire ‘costo’ il dramma di decine di migliaia di persone: il filosofo tedesco Heidegger, nel suo libro “La questione della tecnica”, teorizzava, all’inizio degli anni 50, che lo sviluppo della tecnica moderna portava alla visualizzazione della natura come un ‘fondo’ da impiegare, utilizzare, e faceva l’esempio del fiume Reno, da vedersi come un generatore di energia idrica spossessato delle sue caratteristiche di fiume o di un bosco da vedersi come un produttore di legname. Proseguiva poi indicando che l’uomo, impiegato a utilizzare il fondo della natura rischia di divenire esso stesso un fondo, da impiegare e utilizzare.

 

Credo che Heidegger troverebbe nelle parole odierne della Ministra una conferma ex post della sua teoria; infatti lo svilimento esistenziale di persone, il loro tuffo nella precarietà e talvolta nella disperazione incontrollabile, la loro emarginazione economica dalla società e la virtuale estromissione dalla stessa, possono essere definite, con una certa naturalezza, un ‘costo’, sostanzialmente una variabile di un processo produttivo; non solo gli esodati vengono privati della loro capacità economica, ma anche espropriati dialetticamente della loro umanità, ridotti a cosa, a un fastidioso ‘costo’. Non c’è più l’uomo al centro del pensiero ma invece, con un processo di disumanizzazione, l’ostacolo che quell’uomo costituisce per quello che è pensato come il proprio compito.

 

E quindi, in tutti i sensi abbiamo toccato il fondo, quello Heideggeriano, inteso come materia umana da utilizzare e, quando non è più strumentale, scartare come materia e non vedere come umanità e quello (si spera, ma non si sa mai) della dis-empatia con i propri cittadini; e a nulla vale, nel mio modo di pensare, la successiva esternazione della Ministra “Il governo non è né cieco né sordo ai problemi del Paese”, perché se credo a quest’ultima affermazione dovrei ritenere che il Governo intende benissimo i problemi in cui sta gettando una parte della popolazione, ma, molto semplicemente, non se ne prende cura.