Nell’era dell’informazione e della globalizzazione è possibile per ciascuno di noi rivivere da vicino momenti del passato. Possiamo ripercorrere momenti della storia, indagare per nostro conto fatti relativi a “grandi inchieste” del cui esito non siamo convinti, giudicare quanto accaduto analizzando documenti disponibili sul web. Tutto ciò che di buono la globalizzazione ha portato, l’abbiamo a disposizione con un clic.

Per questo fatico a capire la mancanza di reazione rispetto a certi eventi di oggi. Mi riferisco al modo con cui la nostra civiltà sta attualmente trattando le generazioni future, in una parola i bambini e i giovani.

In Siria un’operazione militare ha falcidiato decine di bambini. In Italia qualcuno ha il coraggio di piazzare e far saltare una bomba in un luogo, la scuola, che dovrebbe essere per i ragazzi il posto più sicuro dopo la loro famiglia. La CEI adotta delle linee-guida con cui legittima l’omertà dei vescovi su gravi episodi di pedofilia.

Restare silenti davanti a nefandezze simili – atteggiamento che, sia chiaro, fortunatamente non è di tutti – significa in qualche modo consentire che esse abbiano luogo.

Anche fatti che non riguardano direttamente i giovani li colpiscono. Quando un’indagine statistica mette in luce che per i lavoratori omosessuali vi è il 30% in meno di possibilità di essere assunti, la società (nel caso, il mondo delle imprese) lancia indirettamente un messaggio ai giovani gay e alle giovani lesbiche, i quali sono tali non per loro scelta (o per colpa di chi li ha generati), ma per puro caso: per voi sarà tutto più difficile.

Il tema mi ricorda le stragi naziste del secolo scorso, che non sono mai troppo lontane dalla memoria. I nazisti uccidevano anche giovani e bambini, e lo facevano per un motivo specifico: cancellare un popolo che disprezzavano profondamente. Così come a Katyn, dove un’intera generazione di ufficiali e nobili polacchi fu sterminata dai sovietici. Un popolo che non mette al sicuro i propri figli è un popolo destinato all’estinzione. Anzi, è peggio: è un popolo che consapevolmente ignora il proprio futuro.

Tornando per un attimo al tema della pedofilia nella Chiesa, credo che la posizione della CEI rispecchi una convinzione radicata, sorretta da argomentazioni profonde: che nella Chiesa tutto si debba svolgere attraverso regole create dalla Chiesa stessa, e che quindi non vi sia obbligo di denuncia perché il vescovo non ha un ruolo di pubblico ufficiale dello Stato italiano. Anche nella confessione, il prete a cui sia segretamente confidato un reato grave è tenuto a mantenerlo sotto silenzio. Il dubbio è come tutto questo risulti compatibile con le parole – forse le più dure del Vangelo, che Gesù stesso scaglia contro coloro che “scandalizzano uno di questi piccoli” (Marco, 9, 42)

Anche lo scandalo del maggiordomo del Papa ha del suo. Gli esperti vaticanisti si sono subito pronunciati: è un attacco al Santo Padre, posto in essere da chi vorrebbe screditarlo e mettere in ginocchio una Chiesa già provata dal relativismo. Come se fosse tutto sempre correlato, come se il segreto del potere, una volta scoperto, non potesse giustificarsi che con se stesso, come se non fossero state violate cose che valeva la pena sapere, ma cose che dovevano rimanere segrete perchè chiuse in una stanza.

Quando saremo vecchi, o magari quando saremo morti, qualcuno ci chiederà conto di tutto questo. Come società, come persone, come individui dotati di ragione e coscienza. Qualcuno ci domanderà come abbiamo potuto lasciare che tutto questo accadesse sotto i nostri occhi senza che facessimo niente per impedirlo o protestare. Il fatto di essere solo cenere o un mucchio di ossa non potrà costituire, per noi in quel momento, un valido alibi per quello che non abbiamo fatto oggi da vivi.