Tra il 2008 ed il 2011 il bilancio del Ministero per i Beni culturali si è ridotto di un terzo (1,42 miliardi di euro). La nostra spesa per istruzione e cultura (4,4 per cento del Pil; 9,7 per cento della spesa pubblica) si colloca sotto la media europea (rispettivamente 5 e 11 per cento), e siamo sotto al ventesimo posto (peggio di noi, paesi come la Grecia o la Romania). Il massacro dei bilanci degli enti locali ha fatto il resto.

In compenso, siamo l’unico Paese al mondo in cui la tutela del patrimonio storico e artistico sia iscritto tra i principi fondamentali della Costituzione (articolo 9). E quell’enorme e straordinario patrimonio è capillarmente diffuso sul territorio, fuso in un’unica cosa con l’ambiente ed il paesaggio.

L’incredibile vicenda di Corcolle è perfettamente simbolica anche da questo punto di vista: la discarica riusciva in un colpo solo a distruggere l’ambiente (e dunque la salute dei cittadini), il paesaggio (non un valore estetico, ma identitario e ‘sociale’ nel senso più ampio), il patrimonio storico e artistico (con un bene simbolo come Villa Adriana, uno dei 47 siti italiani che l’Unesco ha dichiarato di valore universale per l’umanità). Su Corcolle si è ingaggiata una battaglia che ha visto uniti, e alla fine vittoriosi, il ministro dell’Ambiente e quello dei Beni Culturali (che ha dato qui il suo primo, e speriamo non ultimo, segno di vita). Un’ulteriore prova della bontà della vecchia idea di Giovanni Urbani (rilanciata da Gian Antonio Stella in questi giorni) di unificare i due ministeri. Ma per una vittoria ci sono mille sconfitte.

A Milano non si riescono a fermare le ruspe che devastano il cimitero paleocristiano di Sant’Ambrogio per costruire un parcheggio interrato: una causa evidentemente indegna non dico di una minaccia di dimissioni, ma almeno di una parola, da parte del milanesissimo e cattolicissimo ministro Ornaghi, che come rettore dell’Università Cattolica è pure dirimpettaio dello scempio. Quella di voler costruire parcheggi sotterranei sotto monumenti delicati è una mania italica. Nel centro di Pistoia, per esempio, se ne vuol scavare uno sotto la meravigliosa e fragile chiesa romanica di San Bartolomeo in Pantano: che, come dice il toponimo, sorge su un terreno non esattamente solido.

Oltre alle minacce dal sottosuolo, ci sono quelle che vengono dalle sopraelevazioni e dalle cementificazioni.

A circa centocinquanta metri dalla Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto (uno dei santuari della storia dell’arte italiana) l’amministrazione comunale di Padova vorrebbe costruire un auditorium con un piano interrato profondo 19 metri. Secondo la relazione dell’autorevole commissione scientifica nominata dallo stesso Comune, se i lavori non fossero condotti con particolari cautele, l’alterazione dell’equilibrio della falda potrebbe mettere in pericolo la statica della Cappella (la cui cripta è già perennemente allagata). Dopo l’appello di un folto gruppo di intellettuali e cittadini guidati da Chiara Frugoni, il sindaco Flavio Zanonato si è detto disposto a rinunciare al piano interrato (che dunque non doveva essere così necessario!). Ma a 200 metri da Giotto, nell’area cosiddetta PP1 (già prevista a verde pubblico), ha preso il via la costruzioni di due torri, una delle quali sarà alta 109 metri, con uno scasso profondo 30 metri e una vasca che interferisce direttamente con l’equilibrio delle acque che minacciano la cappella. Insomma, una metafora perfetta dell’incombere della cementificazione sul tessuto paesaggistico e storico-artistico di quello che un tempo si definiva il giardino del mondo.

Di nuovo vicino a Roma, a Genazzano, il contesto naturale del ninfeo protocinquecentesco collegato all’antico palazzo dei Colonna e attribuito a Bramante (oggi in proprietà del Comune) è in corso di distruzione : un muro di cemento e cinque ville a schiera devastano uno dei più precoci esempi di giardino rinascimentale all’antica. D’altra parte, se attentiamo alla stessa Villa Adriana, perché risparmiare le sue conseguenze storiche?

Più a Sud, tra Napoli e Caserta, sorge la reggia borbonica di Carditello, saccheggiata di ogni suo arredo sotto l’occhio annuente della Camorra. Una delle cose che fa più impressione, visitando Carditello e il suo territorio, e che mentre nessuno monta la guardia alla reggia, l’esercito controlla in modo assai efficiente le vicinissime e terrificanti discariche, apostrofando con durezza i cronisti e gli studiosi che usano le macchine fotografiche per documentare lo scempio. Grandi cartelli gialli avvertono che le fotografie sono proibite perché le discariche sono “di interesse nazionale strategico”, e dunque sono protette da “sorveglianza armata”. Per noi, insomma, non è Carditello, non è il patrimonio storico e artistico ad essere strategico per il futuro del Paese. Mentre lo sono la monnezza e i suoi criminosi affari.

Difficile pensare che la salvezza possa venire da sponsor privati, legittimamente interessati ai propri utili e quindi a finanziare solo redditizi luoghi simbolo (come il Colosseo): basti pensare che lo Stato sta per ricomprarsi proprio Carditello, che appartiene virtualmente a Banca Intesa, la quale non ha alcuna intenzione di restaurarla e proteggerla.

Ma per ognuno di questi casi si è creato un movimento dal basso, fatto di comitati di cittadini che chiedono che le loro tasse servano anche a mantenere il patrimonio di cui sono proprietari in forza della Costituzione. È da qui che bisogna ripartire.