Si attraversano cancelli e inferriate per arrivare al palcoscenico del Carcere di Rebibbia, Sezione Alta Sicurezza.
Dove alcuni detenuti recitano i canti dell’Inferno. Molti di loro sono ergastolani e, chi meglio di loro, è capace di trasferire l’inferno del carcere che vive ogni giorno ai tormenti danteschi di Paolo e Francesca. I fratelli Taviani ci arrivarono per caso e da lì  l’idea fulminate di affidare alla compagnia teatrale del carcere la rappresentazione della tragedia “Giulio Cesare” di William Shakespeare nel loro “Cesare deve morire”. 
Paolo e Vittorio Taviani, 82 anni, ancora lavorano e sperimentano con l’entusiasmo di due ragazzini. Il resto lo fa la potenza dell’arte del drammaturgo inglese che lentamente pervade gli animi induriti dei galeotti, senza cultura alcuna. Meraviglioso l’uso del bianco e nero per le scene di ordinaria detenzione: “Cassio” mentre pulisce il corridoio e ripassa le battute è sbeffeggiato: “Anziché farsi la galera seriamente, si è messo a fare il buffone”. “Bruto” invece entra anche nei vicoli di Napoli e il camorrista rivive turbato immagini della sua criminalità specchiate nelle  parole di Shakespeare: “Se mai si potesse togliere la tirannide (l’infamia) senza squarciare il petto all’uomo”. Il film si “colora” quando i detenuti/attori salgono sul palcoscenico.
La bellezza del docu/film sta proprio nella frase  di un condannato  a fine pena mai, come si dice in termini penitenziari. Lui che per sempre rimarrà un escluso dalla vita dice: “Da quando ho conosciuto l’arte ‘sta cella mi sembra una prigione”. Il resto è un non detto. Chissà se avesse incontrato Shakespeare nei vicoli del malaffare, forse, non avrebbe trafitto petti. Ma dietro  le sbarre si compie il miracolo della Grande Arte: la tragedia shakespeariana coinvolge emotivamente ed eticamente i detenuti. Tutti sono recuperabili, anche i più efferati criminali. E l’arte dimostra di poterlo fare come o di più di tanti corsi di rieducazione.
Il film, come spesso avviene per quelli non destinati al grande pubblico, ha avuto un rapidissimo passaggio nelle nostre sale, malgrado abbia vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. Ed ora anche un David di Donatello. Se si proiettasse anche in tutti i carceri  e nelle scuole d’Italia, sarebbe un bel atto di civiltà.  Perché l’arte è la prima forma di libertà. A volte anche l’unica.
di Januaria Piromallo