Hanno dovuto abbandonare all’improvviso le proprie case. Uomini, donne , bambini, anziani. Senza sapere quando vi potranno fare ritorno. Un lungo esodo per duecento persone di San Carlo, frazione di Sant’Agostino – uno dei comuni più colpiti dal terremoto del 20 maggio – che raccoglie poco più di mille abitanti in tutto.

Dopo gli ultimi sopralluoghi compiuti dal Servizio geologico e sismico dell’Emilia Romagna, è stata rilevata la possibilità di smottamenti del terreno in due quartieri, dovuti al fenomeno della liquefazione, che ha creato una sorta di “vuoto” nel sottosuolo. La relazione, seguita ai sopralluoghi del giorno precedente, non ha lasciato dubbi sulla necessità di uno sgombero precauzionale. E così si è messa in moto la macchina dell’esodo forzato: il paese è stato invaso da oltre un centinaio di unità appartenenti a protezione civile, carabinieri, polizia, guardia di finanza, Forestale, Anc, Croce rossa.

Le forze dell’ordine hanno battuto casa per casa, facendo evacuare un centinaio di abitazioni per informare dell’evacuazione e fornire indicazioni sul punto di ritrovo, la piazza del paese e sulla destinazione per la notte, la struttura della sagra di Casumaro.

Le famiglie hanno avuto appena il tempo di prendere con sé lo stretto indispensabile. Ed è iniziata la lunga marcia verso un viaggio ancora incerto nei tempi, lontano dalle proprie case. E mentre la folla si radunava davanti al megafono della protezione civile, montava oltre alla paura anche la rabbia per quella che molti sfollati hanno definito “una situazione che non è stata affrontata con il necessario tempismo”, “decisione repentina, ma arrivata a cinque giorni dalle scosse devastanti di domenica”.

Subito sono iniziate le nuove analisi attraverso piezometri che hanno perforato il suolo approfondimenti. “L’impegno – hanno assicurato gli esperti – è quello di avere indicazioni nel più breve tempo possibile, in modo da evitare che l’evacuazione preliminare prosegua”. Ma che la situazione abbia travalicato i limiti della normale emergenza è tutta nelle parole del comandante provinciale dei vigili del fuoco Cristiano Cusin: “Quello che è successo non si è mai verificato nel nostro territorio”. Perché nel sottosuolo delle ‘zone rosse’ “potrebbero esserci ancora vuoti, dell’acqua in pressione. Anche edifici integri potrebbero essere coinvolti non sapendo cosa c’è sotto le fondamenta”.