“Presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio”. Me lo sto ripetendo ossessivamente da stamattina, a salvaguardia del mio granitico garantismo. Eppure, leggendo le notizie che vengono fuori dal caso calcioscommesse, verrebbe davvero voglia di prendere i giocatori coinvolti dal bavero e fare uno dei gesti più offensivi, ma genuini e nonviolenti, che esistano: mandarli a quel paese

Sì, perché molti di noi si nutrono di calcio, più che di cibo, e appresso a quel pallone sfogano sogni, speranze, rabbie, passioni da quando avevano 5 o 6 anni.

E allora, santa miseria, monta una rabbia lucidissima che smonta pezzo dopo pezzo la passione insana che nutriamo per questo sport. Puntualmente, ogni 5 o 6 anni, dobbiamo sopportare la vergogna di vedere calciatori famosi finire in manette e varcare le soglie del carcere, dobbiamo assistere alla solita imbarazzata (e imbarazzante) conferenza stampa del capoccia federale di turno (oggi è toccato a Demetrio Albertini) che chiede giustizia e severità dopo aver fallito nel loro compito principale: garantire la pulizia di uno sport che non è malato, come spesso si dice, ma marcio.

C’è chi dice sia colpa dei troppi miliardi nei quali sguazzano calciatori e dirigenti, ma il problema credo sia culturale, non economico. Siamo pur sempre il paese più corrotto d’Europa, con una delle evasioni fiscali più alte d’Europa, con la classe politica più torbida d’Europa. Perché mai i calciatori dovrebbero essere diversi dal resto del paese? Non sono eroi, e non lo sono mai stati, nonostante la narrazione incantata di qualche pennivendolo romantico. Sono uomini nella maggioranza dei casi. Talvolta ominicchi. Ogni tanto quaquaraqua. Ecco, oggi in manette e sul registro degli indagati sono finiti molti quaquaraqua. E chissà quanti altri ce ne sono nei ritiri delle nostre squadre del cuore. Del fegato, ormai. Spappolato, per giunta.