Pensavo fosse immortale, l’ormai mitico Edoardo Mangiarotti, il Grande Vecchio della scherma tricolore, colui che ha incamerato tredici medaglie olimpiche di cui sei d’oro, più di ogni altro italiano e più – quasi – di ogni altro atleta della storia, superato solo dai ginnasti sovietici Larissa Latynina (18) e Nikolai Andrianov (15) e dal nuotatore statunitense Michael Phelps. L’avevo conosciuto a Los Angeles, anzi a Long Beach, durante i Giochi del 1984, le Cocaliadi senza i russi e i loro alleati: la scherma era ospitata in un vecchio teatro, e servita come uno spettacolo. Fu un’ideona: Mangiarotti era un poco l’archetipo dei campioni in sala, il Maestro di spada e fioretto che aveva dominato la scherma per un quarto di secolo, a cavallo della seconda guerra mondiale, e che aveva concluso la sua carriera proprio come l’aveva cominciata, vincendo. Sapevo che si stava preparando per affrontare – da spettatore e commentatore, da testimonial di uno sport meraviglioso ed anacronistico – la trasferta delle Olimpiadi londinesi. Sperava nell’apoteosi di Valentina Vezzali, da lui considerata schermitrice straordinaria e tenace. Sarebbe stato per l’ennesima volta l’interlocutore ideale dei giornalisti più giovani ed inesperti ai quali avrebbe spiegato i segreti delle armi bianche, e raccontato gli aneddoti e l’apoteosi di una dinastia, quella dei Mangiarotti, a cominciare da papà Giuseppe, il maestro che aveva forgiato lui e Dario (un terzo fratello, Mario, preferì dedicarsi alla medicina, dopo comunque aver vinto un argento ai mondiali…).

Invece, ci ha lasciato. Aveva 93 anni, un’età da patriarca e tale è stato, sino all’ultimo respiro, nell’antico mondo delle pedane e dei duelli, nella memoria di noialtri cronisti d’Olimpiade che ci servivamo della sua straordinaria cultura sportiva, per non incappare in errori ed omissioni: pochi lo sanno, ma Edo scriveva quasi come tirava. Anzi: tirava e scriveva, tra una pausa e l’altra dei tornei. Fu Gianni Brera che lo volle alla Gazzetta dello Sport, affidandogli la rubrica della scherma: una volta, l’arguto Mangiarotti aggiunse nel servizio (che la moglie Mimì regolarmente dettava al giornale): “In pedana ho ecceduto, all’ultimo assalto, nelle azioni di offesa così da accorciare l’incontro e, conseguentemente, i tempi di chiusura della pagina e della spedizione del giornale”. Insomma, aveva regolato l’avversario in quattro e quattr’otto. Una “d’Artagnata”.

Se lo poteva permettere. Nel 1935 era già nazionale, l’anno dopo, grazie alle pressioni di Nedo Nadi – altro leggendario schermidore italiano, capace di vincere nella stessa Olimpiade cinque medaglie d’oro (successe ad Anversa, anno di grazia 1920) – approda ai Giochi nazisti di Berlino e lì conquistò la prima medaglia d’oro, nella spada a squadre. Passò la guerra, non il talento né il senso straordinario della vittoria. Continuò a mietere successi omerici: ad Helsinki fece suo l’oro nella spada individuale davanti al fratello Dario e lo bissò con quello a squadre; quattro anni dopo replica a Melbourne (1956) sia nel fioretto che nella spada a squadre; a Roma (1960) ancora un oro nella spada a squadre. Oltre a questi sei ori, cinque argenti e due bronzi. Si chiudeva così il cerchio, o meglio, si chiudevano così i cinque cerchi di Edo Mangiarotti. Aveva 41 anni suonati, e in bacheca una caterva di titoli mondiali, europei, nazionali; trionfi alle Universiadi e ai Giochi del Mediterraneo, trofei prestigiosi come il Monal di Parigi, che era il redde rationem tra le scuole italiane, francesi, ungheresi ognuna delle quali si riteneva depositaria della scienza schermistica, e di una tradizione che affondava le lame nella storia e nella letteratura, una figlia dell’altra. Siamo stati tutti, almeno una volta, dei piccoli moschettieri, e a scuola alzi la mano chi non ha sorbito l’epopea della disfida di Barletta, con Ettore Fieramosca che sconfigge l’arroganza degli invasori stranieri in duelli micidiali.

Mentre Bartali e Coppi facevano girar le balle ai francesi, Edo li infilzava senza pietà, e proprio a casa loro, alla faccia degli organizzatori che ogni anno cambiavano le regole pur di ostacolare l’enfant prodige della scherma, come l’Equipe del 1950 l’aveva soprannominato. Il buon Mangiarotti era fulmineo, nella controffesa e difesa di spada, l’arma in cui eccelleva. Lui aveva un debole per il fioretto, ma era meno bravo: indimenticabili gli scontri col rivale Christian d’Oriola, dal quale le beccava e questo confortava i francesi, e leniva il loro orgoglio ferito. Negli anni della Ricostruzione e del boom l’Italietta democristiana e bacchettona si aggrappava alle gesta quadriennali degli spadaccini per fare digerire le porcherie quotidiane di una politica e di una società reazionaria. L’eleganza e la raffinatezza della scherma veniva spennellata dai rotocalchi e dai giornali che ravvivavano le cronache stimolando rivalità campanilistiche, Milano contro Livorno, Livorno contro Mestre, Mestre contro Jesi, e poi Napoli, e i siciliani, e chi è il più grande schermidore di tutti i tempi? Mangiarotti o Nedo Nadi? Come sempre, l’Italia si spaccava in due, Mangiarotti ha avuto più medaglie, Nedo, replicava il fratello Aldo – che morirà a Los Angeles nel 1965 – ha preso lo stesso numero di ori, ma tre erano individuali…e si rischiava d’essere sfidati a duello. Quando nel 1952, Mangiarotti si portò via due ori e due argenti (fioretto individuale e a squadre) ed il fratello l’argento nella spada, qualcuno titolò salomonicamente “I Mangiarotti come i Nadi”.

Fu un anno di magico sport. Alberto Ascari con la Ferrari re di Formula Uno. Coppi che bissa la doppietta Giro-Tour. Masetti e Lorenzetti motomondiali di 500 e 250. L’oro olimpico invernale di Zeno Colò a Oslo. Imprese che regalano gioia di vivere. Gli orrori del nazismo, le nefandezze del fascismo, le distruzioni della guerra sono ancora incubi difficili da dimenticare. Mangiarotti, una volta, mi raccontò di quando a Berlino a premiare fu Rudolf Hess, “c’era un’atmosfera troppo marziale, io appena potevo mi misi a fotografare con la mia Leica i gerarchi nazisti, le bandiere uncinate, le svastiche, gli atleti che cercavano di ignorare la possente coreografia…tutto ciò metteva i brividi addosso”. Diceva, il buon Edo, che ebbe la fortuna di assistere al salto di Jesse Owens e alla stizza di Hitler. Lo sport aveva sconfitto il dittatore.  

di Leonardo Coen