I dati ufficiali saranno diffusi soltanto domani dalla Commissione che verifica tutto il processo elettorale, ma è chiaro che l’Egitto si è svegliato diviso e polarizzato dal primo voto presidenziale libero della sua storia contemporanea. Al ballottaggio fissato per il 16 e 17 giugno prossimi infatti andranno i due candidati che, simbolicamente, rappresentano la contrapposizione storica nel sistema politico egiziano degli ultimi trent’anni. Da un lato Mohammed Mursi, candidato dei Fratelli musulmani, che, stando ai dati ufficiosi, ha avuto il 25,3 per cento dei consensi. Dall’altro Ahmad Shafiq, già primo ministro durante gli anni del regime di Hosni Mubarak, di cui è stato uno stretto collaboratore, che ha avuto poco meno del 25 per cento dei voti.

Una scelta difficile per quanti avevano sperato in una rottura più netta con i vecchi equilibri di potere, dopo un anno di manifestazioni e proteste e centinaia di vittime di repressione e scontri. Shafiq, 70enne ex pilota militare come lo stesso Mubarak, è stato comandante dell’aviazione militare egiziana dal 1996 al 2002 e poi ministro dell’aviazione civile, un incarico che ha usato per riorganizzare la compagnia di bandiera EgyptAir e migliorare gli aeroporti del paese, in funzione dell’offerta turistica. Non è difficile vedere dietro la sua candidatura la longa manus dei militari che stanno gestendo, tra mille contestazioni e giravolte, la transizione del dopo-Mubarak. Lui non ne fa mistero e anzi sottolinea come la sua natura “anfibia” (civile con un importante passato militare) potrebbe essere proprio la chiave per garantire sia quanti chiedono un immediato ritorno al governo civile, sia i militari piuttosto restii a mollare il potere. Dietro Shafiq, inoltre, ci sono le elite economiche che hanno beneficiato delle liberalizzazioni degli anni duemila, di cui lui è stato uno dei sostenitori.

Mursi, invece, è un ingegnere 60enne, perfetto esempio di quella leadership “professionale” dei Fratelli Musulmani che però gli avevano preferito un altro candidato, il milionario Khairat al-Shater, la cui candidatura però sarebbe stata probabilmente bloccata dalla commissione elettorale. Nei suoi discorsi da candidato, Mursi ha indicato che anche in Egitto è il momento di tradurre in pratica e in politiche lo slogan storico dei Fratelli, «L’Islam è la soluzione» e tuttavia ha anche aggiunto che l’Islam a cui si riferisce non è quello dei salafiti, ma una versione «moderata» aperta nella formazione del governo anche alla collaborazione con altre forze politiche. Il dilemma politico per lui è chiaro: da un lato non può abdicare troppo al richiamo religioso per non alienarsi il voto salafita, in libera uscita dopo che il candidato più integralista, l’avvocato Hazem Abu Ismail, è stato escluso dalla corsa elettorale. D’altro canto, però, se enfatizza troppo l’identità religiosa, potrebbe giocarsi non solo il voto dei laici – che comunque in Egitto sono una forza considerevole anche se frammentata in mille rivoli politici – ma anche quello di quanti, pur musulmani praticanti, non vedono di buon occhio un governo che potrebbe accentuare le fratture interne alla società egiziana, a partire da quella con la minoranza copta.

Il successo che Fratelli musulmani e salafiti hanno avuto durante le elezioni parlamentari potrebbe dare slancio a Musri, ma i toni della campagna elettorale per il ballottaggio sono destinati a diventare più aspri. I Fratelli hanno accusato Shafiq di «mettere in pericolo le conquiste della rivoluzione» e di impersonare la continuità con il regime appena sconfitto (e non del tutto cancellato). Shafiq, invece, agita la minaccia di un «impero islamico» che secondo lui sarebbe l’obiettivo vero dell’Ikhwan, contrapposto a un «futuro democratico» che la sua vittoria garantirebbe all’Egitto.

Sul piano internazionale, ci sono pochi dubbi su quale sia il candidato che riscuote maggiore sostegno. Shafiq sarebbe molto più rassicurante, sia per gli Stati Uniti – principale fornitore di sostegno all’esercito egiziano – che per Israele, molto preoccupato per la sorte del trattato di pace del 1979 in caso di vittoria dei Fratelli musulmani. Il nemico principale per i due candidati, però, sarà l’astensionismo. Già al primo turno, poco più del 50 per cento degli elettori è andato a votare. Una scelta tra due “mali minori” potrebbe ridurre ancora di più la partecipazione, con il risultato che, chiunque vinca, dovrà dimostrare innanzi tutto la propria legittimità a rappresentare il nuovo Egitto post-rivoluzionario. 

di Joseph Zarlingo