La recente tornata elettorale mostra in tutta la sua evidenza quanto il consenso degli ex grandi partiti sia friabile. A destra gli smottamenti si succedono già da più di un anno, fino a esser diventati ora una vera e propria frana, a testimonianza della fine di un periodo in cui la raccolta di voti era legata al carisma personale dei leader, finito sotto il peso degli scandali; a sinistra c’è il curioso fenomeno di un partito, il Pd, che vince senza saper bene che fare di questa vittoria. O meglio: c’è la strana situazione di un partito che si intesta una vittoria in realtà appartenente più all’area della sinistra non Pd (vedi Genova, Palermo, come già Milano, Napoli, ecc.) che non all’area strettamente Pd. Al centro c’è il tentativo di trattenere lo smottamento aggrappandolo non si sa bene a che cosa. Nell’insieme ci sono cioè masse cospicue di voti estremamente volatili, voti pronti a emigrare da un destinatario all’altro sull’onda di sentimenti forti e momentanei.

Poi c’è il fenomeno Grillo, certamente nuovo e interessante per ciò che rivela dell’incapacità dei partiti tradizionali di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dei bisogni comuni. Grillo raccoglie molto perché sa comunicare, sa andare incontro al dinamismo sociale, sa intercettare domande e dare voce a chi di solito non la ha (e questo – l’aver tolto la voce a chi ha bisogno di esprimere i propri bisogni e il proprio sentire senza averne i mezzi – è un gravissimo vulnus della sinistra, una delle cui principali ragioni d’essere era stata storicamente proprio quella di saper dare rappresentanza diretta anche alle classi subalterne).

Tutti questi fenomeni hanno una matrice comune, che è anche la loro grande debolezza di fondo: sono fenomeni sganciati da una radice culturale forte. Per molti decenni si è detto che il voto in Italia era bloccato, quasi anchilosato dalla contrapposizione ideologica tra i due grandi blocchi di elettorato, che facevano riferimento alle due grandi “chiese”, quella cattolica e quella comunista. Ma dietro quelle ideologie c’era anche una sostanza culturale, c’era – come avrebbe detto Edgar Lee Masters,  l’autore dell’Antologia di Spoon River – la capacità di pensare “in universali”, come sapevano fare al tempo loro i Greci, che lo testimoniarono nelle tragedie classiche. Lee Masters rileggeva ogni due anni le tragedie greche, proprio per dissetarsi culturalmente, per ricordarsi che è necessario saper pensare universale.

La cultura è questo, è avere una visione globale delle cose, unita alla consapevolezza di averla. Solo così, diceva Cesare Pavese (grande ammiratore della cultura americana e di Lee Masters in particolare), l’uomo nuovo sarà rimesso in grado di vivere la cultura e di produrla “non in astratto ma in uno scambio quotidiano e fecondo di vita”. Ciò che manca a tutti oggi, dalla sinistra alla destra fino a Grillo, è la capacità di pensare in universali, di vedere e far vedere un modello futuro che non sia basato solo su piccoli litigi di bottega attorno a questa o quella questione contingente. E’, mutatis mutandis, la stessa mancanza che si avverte nel cinema italiano, il quale spesso sa raccontare, sa colpire, qualche volta sa anche girare. Ma non sa pensare in universali, come faceva ad esempio il Fellini di La strada.

Per questo i voti fluttuano: oggi Grillo è premiato, la destra è punita, la sinistra si barcamena in cerca di un’identità che non sa trovare. Ma senza radici culturali basterà uno stormir di fronde per far passare nuovamente i voti da un polo di attrazione all’altro.