Verrà presto interrogato dal gip di Marsala il sindaco di Pantelleria Alberto Di Marzo, ora “sospeso” dal prefetto. Il primo cittadino finito da qualche giorno ai domiciliari con l’accusa di corruzione aggravata. Un solo caso quello che a lui oggi viene contestato, ma vi potrebbero essere state altre mazzette visto che un imprenditore ha riferito dell’esistenza di un tariffario per le “tangenti” dal tre al cinque per cento.

Secondo i pm Di Marzo avrebbe promesso ad un imprenditore, in cambio di una mazzetta da 10 mila euro e alcuni gioielli da regalare alla moglie, l’assunzione di suo figlio, un ingegnere idraulico. Quando però il rapporto di fiducia col giovane professionista si è incrinato il sindaco Di Marzo aveva restituito la somma. Ma anziché 10 mila euro, ne restituì mille in meno. Pantelleria si ritrova così nel mezzo di una una bufera giudiziaria con lo stesso protagonista di dieci anni fa.

Nel 2002 Alberto Di Marzo, già sindaco,  fu arrestato per corruzione e assolto in appello e in Cassazione. Nel frattempo, però, aveva risarcito l’imprenditore dal quale aveva preso la mazzetta. In coincidenza con le nuove elezioni amministrative tornò a ricandidarsi a sindaco e venne rieletto. Nel 2010, secondo l’indagine coordinata oggi dal sostituto procuratore di Marsala Dino Petralia, a meno di un mese dalla sua rielezione sarebbe tornato a chiedere una mazzetta all’imprenditore alcamese Ernesto Emmola. Anche lui, suo amico di vecchia data, gli aveva chiesto una mano per il figlio. Una mazzetta da 50 mila euro, 10 mila anticipati, e così tanto per tenere fruttuosa quell’amicizia anche un paio di gioielli da regalare alla moglie. Poi la restituzione e forse, per effetto delle intercettazioni che lo avevano incastrato, Di Marzo è stato sentito parlare come se quei soldi fossero “un prestito restituito”. “Un prestito è un prestito- dice il sindaco – e si restituisce”. 

Ma tenendo accese le microspie delle intercettazioni sono emersi numerosi retroscena. Come quelli raccontati al pm dall’imprenditore Matteo Bucaria: “Il sistema prevedeva che al sindaco, per ogni lavoro in appalto, andasse una somma variabile tra il 3 per cento e il 5 per cento. A Trapani si pagava la mafia. E a Pantelleria la mafia era il sindaco Di Marzo e la sua corte”. E oggi è sulla “corte” che puntano le indagini. In questi giorni i carabinieri sono andati a prendere le copie degli appalti assegnati dal 1994 ad oggi. Non sono da escludere a breve convocazioni in procura di funzionari pubblici, e di altri imprenditori. E gli inquirenti si limitano a confermare, “quella scoperta è solo la punta di un iceberg”. E da Pantelleria, per i nomi che girano, l’indagine potrebbe estendersi su una tangentopoli che arriverebbe a Trapani e a Palermo.