Il 2003 è l’anno chiave per la latitanza di Bernardo Provenzano, il boss di Cosa nostra poi arrestato nella primavera del 2006. Per due volte viaggia protetto verso Marsiglia, per affrontare una delicata operazione alla prostata. Alla fine di quell’anno – sostiene un recente articolo dell’Unità – sarebbe poi iniziata una trattativa tra un mediatore e la Direzione nazionale antimafia, per la consegna di “Binnu u tratturi”. Dove si nascondeva in quei mesi l’allora capo dei Corleonesi?

Secondo un testimone che chiede l’anonimato per evidenti motivi di sicurezza, Bernardo Provenzano avrebbe trascorso parte della latitanza a Perugia, facendosi passare per un “anziano parente malato” di un gestore di una pizzeria nel centro della città, a pochi passi dalle facoltà universitarie. A supporto del suo racconto l’allora studente mostra una fotografia, scattata davanti alla pizzeria al taglio nel centro di Perugia, passata alla fine del 2003 ad altri gestori. Si vede il proprietario con alla sua destra un anziano signore, che si copre il volto con la mano.

Il periodo della presunta permanenza di Provenzano in Umbria sarebbe compatibile con le date del viaggio a Marsiglia. La fotografia scattata dallo studente è stata realizzata nella prima metà di giugno del 2003, come si legge sulla data impressa sul retro dell’originale. “Lui è rimasto a Perugia ancora una settimana dopo lo scatto della foto, forse una decina di giorni”, ricorda il testimone. Secondo le indagini svolte dai magistrati, Provenzano andò a Marsiglia per la prima visita all’inizio di luglio. “Ricordo poi di averlo rivisto nella pizzeria – prosegue il racconto – in autunno, forse nel mese di ottobre”. Poi l’anziano “zio Antonio” sparì per sempre e, dopo poco, cambiò la gestione del locale.

Se il racconto del testimone fosse confermato si aprirebbe un nuovo capitolo d’indagini sulla rete che ha garantito la protezione e l’organizzazione delle cure mediche per Provenzano. Non solo nella Sicilia controllata militarmente dalle cosche: qualcuno avrebbe protetto il capo di cosa nostra anche in centro Italia, nella città di Perugia, dove, ancora oggi, è difficile parlare di mafia.
di Daniele Camilli e Andrea Palladino