Quando il 15 dicembre 2011, Mustafa Abdul-Jalil, presidente del Consiglio Nazionale di Transizione in Libia e il neo-presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, dichiararono congiuntamente, durante una conferenza stampa a Roma, di aver deciso di “riattivare” il Trattato sull’amicizia tra Libia e Italia, svanirono di colpo le speranze di tutti coloro che si illudevano in un cambiamento radicale nelle politiche migratorie del nuovo governo italiano. Il sopramenzionato Trattato, firmato a Bengasi il 30 agosto 2008, da Berlusconi e Gheddafi, era stato “sospeso”, infatti, nel mese di marzo 2011, dopo la partecipazione attiva dell’Italia alla guerra contro la Libia. Ci sarebbe molto da osservare sulla possibilità giuridica di “sospendere” un Trattato ratificato con legge dello Stato (Legge n. 7/2009, approvato con ampia maggioranza bipartisan), specie se poi quel Trattato sancisce il reciproco divieto di intervento militare. Ciò che però qui preme sottolineare è il fatto che quel Trattato non è mai stato davvero rispettato, eccezion fatta per la parte che prevedeva la guerra agli immigrati provenienti dall’Africa.

Il pattugliamento navale ed i respingimenti in alto mare diventarono infatti prassi quotidiana delle unità marittime italiane a partire dal 2008 (anche se simili episodi si erano registrati anche negli anni precedenti, come nel caso dello speronamento della nave albanese “Kater i Rades”). Sul carattere crudele ed illegittimo di tale prassi, adottata dal governo italiano, si è espressa persino la Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale il 23 febbraio 2012 ha condannato l’Italia per il respingimento di diversi cittadini somali ed eritrei verso la Libia.

La politica italiana dei respingimenti in alto mare ha provocato più di 1.500 morti nelle acque del Mediterraneo lo scorso anno (secondo Fortress Europe il numero dei morti nel Mediterraneo lo scorso anno è 1.822), transformando il Mare Nostrum in un campo di battaglia, in un’enorme fossa comune. I respingimenti non si sono realizzati soltanto attraverso l’accompagnamento degli emigranti africani verso le coste libiche, ma anche attraverso l’uso di mezzi più “sofisticati”: ad esempio non rispondendo agli S.O.S. disperati provenienti dalle imbarcazioni in difficoltà.

Il caso, noto nei media internazionali come “the left-to-die boat” (il caso della “barca lasciata morire”), del 23 mazo 2011, ne è una prova schiacciante in tal senso. Partita il 23 marzo da Tripoli, un’imbarcazione con 72 persone a bordo è rimasta per quasi 14 giorni in balia delle onde, senza cibo né acqua. Nessuna risposta alle disperate chiamate provenienti dalla barca, né dalle autorità italiane (l’Italia fu il primo paese a ricevere le chiamate), né dalle forze Nato che, in quei giorni, pochi chilometri più in là, sganciavano bombe in nome dei diritti umani. 63 emigranti africani morirono in quella sfortunata traversata, e ci sono voluti mesi prima che il Consiglio d’Europa gettasse un po’ di luce sul macabro evento.

Il tratamento riservato ai più di 50.000 africani sbarcati a Lampedusa nel 2011, ha confermato in seguito soltanto il carattere non casuale di quanto accaduto in alto mare. Per lungo tempo gli immigrati furono rinchiusi (o sequestrati?) a Lampedusa, adulti e minori, nel tentativo di esasperare gli animi sia degli immigrati che degli abitanti dell’isola e creare così l’ “emergenza”. In seguito, ammassati dentro le navi Moby FantasyMoby Vincent e Audacia (trasformate imemdiatamente in navi-prigioni) e trasferiti in altri campi di detenzione just-in-time, come quello di Manduria o di Santa Maria Capua Vetere, le cui qualificazioni giuridiche sfuggono ancora oggi.

Si fonda su questi dati e su questi episodi, dunque, l’ultimo Rapporto di Amnesty Italia, che denuncia com forza le politiche razziste perpetrate dallo Stato italiano nei confronti degli immigrati giunti in Italia nel 2011. Nel Rapporto si auspica, inoltre, un’inversione di tendenza delle politiche italiane sull’immigrazione, ma nel contempo si rilevano, altresì, i segnali molto poco incoraggianti che provengono in questo senso dall’attuale governo, a partire dai nuovi accordi segreti siglati tra Libia e Italia.

Il Trattato siglato da Berlusconi e Gheddafi nel 2008 sembra dunque riprendere vigore. In ossequio, aparentemente, di quel sacro principio del diritto romano che impone il rispetto dei Patti internazionali (“Pacta sunt servanda”), ma che in realtà vale soltanto se si trata di riprendere la guerra contro gli immigrati africani nel Mediterraneo.