Le luci si sono già accese, ma Roberto Menia non applaude. Resta fermo qualche secondo con gli occhi di ghiaccio persi nel vuoto, poi prende la giacca e dice ai suoi due accompagnatori: “Andiamo, va”. Ha appena finito di vedere “Diaz”. Per la prima volta in un’aula della Camera. Paola Binetti invece è rimasta immobile per tutta la proiezione, aggrappata alla sua borsetta nera. Poi è corsa via, senza salutare nessuno. Menia è ancora lì, “perplesso”. Agitato perché “la polizia italiana sembra una banda di delinquenti”. Nervoso perché “manca il clima di quei giorni”. Irriguardoso quando tira in ballo Carlo Giuliani che “non è un martire” e “faceva l’elemosina” e sua madre Heidi che è pure “finita a fare la parlamentare europea”.

Ermete Realacci, però, lo abbraccia perché una cosa gli fa onore: almeno lui – finiano, missino fin da piccolo – a vedere il film sugli orrori della polizia nell’ultima notte del G8 c’è venuto. Gli altri no. Alla prima assoluta delle immagini sul massacro di Genova ci sono, udite bene, 13 parlamentari. Facciamo i nomi: Walter Veltroni (accompagnato dalla figlia), Andrea Sarubbi, Ermete Realacci, Francesco Ferrante e Roberto Della Seta. Sono i cinque democratici che hanno coltivato il sogno di “portare Diaz dentro un luogo delle istituzioni”. Ma la loro bellissima idea, il loro lodevole impegno, non è servito a trascinare le folle. Li hanno seguiti solo i pd Walter Verini, Antonio Misiani, Federica Mogherini, Manuela Granaiola e Rosa Calipari, l’idv Pierfelice Zazzera, la Binetti e Menia.

Tredici su 915: l’1,4 per cento. Numeri da tracollo elettorale. “L’indignazione è viva: chi la ignora merita di scomparire – dice il regista Daniele Vicari – Per me queste cose sono determinanti quando devo scegliere: la Diaz è un fatto che è entrato nella coscienza civile, chi vede il film si commuove, si arrabbia, si sente male: è un problema della politica non saperlo interpretare”. Lui e Domenico Procacci, produttore del film con Fandango, non si aspettavano di vedere chi era ministro, come Gianfranco Fini, Claudio Scajola, Roberto Castelli. I “nomi della politica” non li hanno messi nemmeno nel film “e ce lo hanno rimproverato – spiega Procacci – Ma noi in Diaz raccontiamo l’assenza della politica”.

Oggi come allora: assente alla proiezione del film, assente sulla tortura, il reato sconosciuto al nostro codice che avrebbe evitato molte prescrizioni, assente sui segni di riconoscimento con cui si sarebbero potuti identificare un po’ più dei 29 poliziotti (su 300) in servizio a Genova, assente sulla commissione d’inchiesta, bocciata due volte. Lode ai 13, davvero troppo pochi.

Il Fatto Quotidiano, 24 Maggio 2012